III, 48

Terza parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti


Tertia pars
Quaestio 48
Prooemium

[49002] IIIª q. 48 pr.
Deinde considerandum est de effectu passionis Christi. Et primo, de modo efficiendi; secundo, de ipso effectu. Circa primum quaeruntur sex.
Primo, utrum passio Christi causaverit nostram salutem per modum meriti.
Secundo, utrum per modum satisfactionis.
Tertio, utrum per modum sacrificii.
Quarto, utrum per modum redemptionis.
Quinto, utrum esse redemptorem sit proprium Christi.
Sexto, utrum causaverit effectum nostrae salutis per modum efficientiae.

 
Terza parte
Questione 48
Proemio

[49002] IIIª q. 48 pr.
Eccoci ora a esaminare gli effetti della passione di Cristo. In primo luogo la maniera di produrli; in secondo luogo gli effetti stessi.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti:

1. Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito;
2. Se l'abbia prodotta sotto forma di soddisfazione;
3. Se sotto forma di sacrificio;
4. Se sotto forma di redenzione, o riscatto;
5. Se essere redentore sia proprio di Cristo;
6. Se la passione influisca sulla nostra salvezza come causa efficiente.




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 1

[49003] IIIª q. 48 a. 1 arg. 1
Ad primum sic proceditur. Videtur quod passio Christi non causaverit nostram salutem per modum meriti. Passionum enim principia non sunt in nobis. Nullus autem meretur vel laudatur nisi per id cuius principium est in ipso. Ergo passio Christi nihil est operata per modum meriti.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 1

[49003] IIIª q. 48 a. 1 arg. 1
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito. Infatti:
1. La causa della nostra passione o sofferenza non risiede in noi. Ora nessuno può meritare o essere lodato, se non per quanto promana da lui stesso. Perciò la passione di Cristo non può aver causato la nostra salvezza sotto forma di merito.

[49004] IIIª q. 48 a. 1 arg. 2
Praeterea, Christus ab initio suae conceptionis meruit et sibi et nobis, ut supra dictum est. Sed superfluum est iterum mereri id quod alias meruerat. Ergo Christus per suam passionem non meruit nostram salutem.

 

[49004] IIIª q. 48 a. 1 arg. 2
2. Cristo melitò per sé e per noi, come abbiamo visto sopra, fin dal suo concepimento. Ma è superfluo meritare di nuovo ciò che si è già meritato. Dunque Cristo con la sua passione non ha meritato la nostra salvezza.

[49005] IIIª q. 48 a. 1 arg. 3
Praeterea, radix merendi est caritas. Sed caritas Christi non fuit magis augmentata in passione quam ante. Ergo non magis meruit salutem nostram patiendo quam ante fecerat.

 

[49005] IIIª q. 48 a. 1 arg. 3
3. La radice del merito è la carità. Ma la carità di Cristo non crebbe durante la passione. Quindi con la passione egli non meritò la nostra salvezza più di quanto l'aveva già meritata in prededenza.

[49006] IIIª q. 48 a. 1 s. c.
Sed contra est quod, super illud Philipp. II, propter quod et Deus exaltavit illum etc., dicit Augustinus, humilitas passionis claritatis est meritum, claritas humilitatis est praemium. Sed ipse clarificatus est non solum in seipso, sed etiam in suis fidelibus, ut ipse dicit, Ioan. XVII. Ergo videtur quod ipse meruit salutem suorum fidelium.

 

[49006] IIIª q. 48 a. 1 s. c.
IN CONTRARIO: Commentando quel passo di S. Paolo, "Per questo Dio lo ha esaltato, ecc.", S. Agostino ha scritto: "L'umiliazione della passione fu il merito della gloria; e la gloria il premio dell'umiliazione". Ma Cristo fu glorificato non solo in se stesso, bensì anche nei suoi fedeli, stando alle sue parole. Perciò egli ha meritato anche la salvezza dei suoi fedeli.

[49007] IIIª q. 48 a. 1 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, Christo data est gratia non solum sicut singulari personae, sed inquantum est caput Ecclesiae, ut scilicet ab ipso redundaret ad membra. Et ideo opera Christi hoc modo se habent tam ad se quam ad sua membra, sicut se habent opera alterius hominis in gratia constituti ad ipsum. Manifestum est autem quod quicumque in gratia constitutus propter iustitiam patitur, ex hoc ipso meretur sibi salutem, secundum illud Matth. V, beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam. Unde Christus non solum per suam passionem sibi, sed etiam omnibus suis membris meruit salutem.

 

[49007] IIIª q. 48 a. 1 co.
RISPONDO: Come abbiamo spiegato in precedenza, a Cristo fu concessa la grazia non solo come persona singolare ma anche in quanto capo della Chiesa, cioè in modo che da lui ridondasse sulle sue membra. Perciò le azioni compiute da Cristo stanno a lui e insieme alle sue membra come le azioni di un altro uomo in grazia stanno a lui personalmente. Ora, è evidente che qualsiasi uomo in grazia nel soffrire per la giustizia merita a se stesso la salvezza; e ciò secondo le parole evangeliche: "Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia". Dunque Cristo con la sua passione meritò la salvezza non solo per sé, ma per tutte le sue membra.

[49008] IIIª q. 48 a. 1 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod passio inquantum huiusmodi, habet principium ab exteriori. Sed secundum quod eam aliquis voluntarie sustinet, habet principium ab interiori.

 

[49008] IIIª q. 48 a. 1 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La passione, proprio in quanto tale, ha una causa esterna. Ma in quanto uno la subisce volontariamente, essa ha una causa interiore.

[49009] IIIª q. 48 a. 1 ad 2
Ad secundum dicendum quod Christus a principio suae conceptionis meruit nobis salutem aeternam, sed ex parte nostra erant impedimenta quaedam, quibus impediebamur consequi effectum praecedentium meritorum. Unde, ad removendum illa impedimenta, oportuit Christum pati, ut supra dictum est.

 

[49009] IIIª q. 48 a. 1 ad 2
2. Cristo ci ha meritato la salvezza eterna fin dal suo concepimento: da parte nostra però c'erano degli ostacoli che impedivano di conseguire gli effetti di codesti meriti. Ecco perché per togliere tali ostacoli fu necessario che Cristo patisse, come abbiamo spiegato sopra.

[49010] IIIª q. 48 a. 1 ad 3
Ad tertium dicendum quod passio Christi habuit aliquem effectum quem non habuerunt praecedentia merita, non propter maiorem caritatem, sed propter genus operis, quod erat conveniens tali effectui, ut patet ex rationibus supra inductis de convenientia passionis Christi.

 

[49010] IIIª q. 48 a. 1 ad 3
3. La passione di Cristo ebbe degli effetti che non avevano avuto i suoi meriti precedenti, non in forza di una maggiore carità, ma per il genere delle opere in essa compiute, che era proporzionato a codesti effetti: ciò risulta dalle ragioni portate sopra per affermare la convenienza della passione di Cristo.




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma di soddisfazione


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 2

[49011] IIIª q. 48 a. 2 arg. 1
Ad secundum sic proceditur. Videtur quod passio Christi non causaverit nostram salutem per modum satisfactionis. Eiusdem enim videtur esse satisfacere cuius est peccare, sicut patet in aliis poenitentiae partibus; eiusdem enim est conteri et confiteri cuius est peccare. Sed Christus non peccavit, secundum illud I Pet. II, qui peccatum non fecit. Ergo ipse non satisfecit propria passione.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 2

[49011] IIIª q. 48 a. 2 arg. 1
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia causato la nostra salvezza sotto forma di soddisfazione. Infatti:
1. Soddisfare spetta alla persona stessa che ha commesso il peccato: il che è evidente nelle altre parti potenziali della penitenza; poiché contrizione e confessione sono atti personali di chi ha peccato. Ma Cristo "non aveva peccato", come dice espressamente S. Pietro. Dunque egli non ha potuto soddisfare con la sua passione.

[49012] IIIª q. 48 a. 2 arg. 2
Praeterea, nulli satisfit per maiorem offensam. Sed maxima offensa fuit perpetrata in Christi passione, quia gravissime peccaverunt qui eum occiderunt, ut supra dictum est. Ergo videtur quod per passionem Christi non potuit Deo satisfieri.

 

[49012] IIIª q. 48 a. 2 arg. 2
2. Non si può mai dare soddisfazione con un'offesa più grave. Ma con la passione di Cristo fu perpetrata la più grave offesa: poiché, come abbiamo visto sopra, coloro che l'uccisero fecero un peccato gravissimo. Quindi con la passione di Cristo non si poteva dare soddisfazione a Dio.

[49013] IIIª q. 48 a. 2 arg. 3
Praeterea, satisfactio importat aequalitatem quandam ad culpam, cum sit actus iustitiae. Sed passio Christi non videtur esse aequalis omnibus peccatis humani generis, quia Christus non est passus secundum divinitatem, sed secundum carnem, secundum illud I Pet. IV, Christo igitur passo in carne; anima autem, in qua est peccatum, potior est quam caro. Non ergo Christus sua passione satisfecit pro peccatis nostris.

 

[49013] IIIª q. 48 a. 2 arg. 3
3. La soddisfazione esige una certa uguaglianza con la colpa, essendo un atto di giustizia. Ma la passione di Cristo non sembra paragonabile ai peccati di tutto il genere umano: perché Cristo ha patito non nella sua divinità, bensì nella sua carne, secondo l'espressione di S. Pietro: "Avendo Cristo sofferto nella carne"; l'anima invece, in cui si produce il peccato, è superiore alla carne. Perciò Cristo con la sua passione non ha soddisfatto per i nostri peccati.

[49014] IIIª q. 48 a. 2 s. c.
Sed contra est quod ex persona eius dicitur in Psalmo, quae non rapui, tunc exsolvebam. Non autem exsolvit qui perfecte non satisfecit. Ergo videtur quod Christus patiendo satisfecerit perfecte pro peccatis nostris.

 

[49014] IIIª q. 48 a. 2 s. c.
IN CONTRARIO: Il Salmista mette sulla bocca di Cristo queste parole: "Io pago per quello che non avevo rubato". Ora, non può dire di pagare chi non soddisfa perfettamente. Dunque Cristo con la sua passione soddisfece perfettamente per i nostri peccati.

[49015] IIIª q. 48 a. 2 co.
Respondeo dicendum quod ille proprie satisfacit pro offensa qui exhibet offenso id quod aeque vel magis diligit quam oderit offensam. Christus autem, ex caritate et obedientia patiendo, maius aliquid Deo exhibuit quam exigeret recompensatio totius offensae humani generis. Primo quidem, propter magnitudinem caritatis ex qua patiebatur. Secundo, propter dignitatem vitae suae, quam pro satisfactione ponebat, quae erat vita Dei et hominis. Tertio, propter generalitatem passionis et magnitudinem doloris assumpti, ut supra dictum est. Et ideo passio Christi non solum sufficiens, sed etiam superabundans satisfactio fuit pro peccatis humani generis, secundum illud I Ioan. II, ipse est propitiatio pro peccatis nostris, non pro nostris autem tantum, sed etiam pro totius mundi.

 

[49015] IIIª q. 48 a. 2 co.
RISPONDO: Soddisfa pienamente per l'offesa colui che offre all'offeso quanto egli ama in maniera uguale o superiore all'odio che ha per l'offesa subita. Ebbene, Cristo accettando la passione per carità e per obbedienza offrì a Dio un bene superiore a quello richiesto per compensare tutte le offese del genere umano. Primo, per la grandezza della carità con la quale volle soffrire. Secondo, per la nobiltà della sua vita, che era la vita dell'uomo Dio, e che egli offriva come soddisfazione. Terzo, per l'universalità delle sue sofferenze e per la grandezza dei dolori accettati, di cui sopra abbiamo parlato. Perciò la passione di Cristo non solo fu sufficiente per i peccati del genere umano, ma addirittura sovrabbondante, secondo le parole di S. Giovanni: "Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo".

[49016] IIIª q. 48 a. 2 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod caput et membra sunt quasi una persona mystica. Et ideo satisfactio Christi ad omnes fideles pertinet sicut ad sua membra. Inquantum etiam duo homines sunt unum in caritate, unus pro alio satisfacere potest, ut infra patebit. Non autem est similis ratio de confessione et contritione, quia satisfactio consistit in actu exteriori, ad quem assumi possunt instrumenta; inter quae computantur etiam amici.

 

[49016] IIIª q. 48 a. 2 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il capo e le membra formano come un'unica persona mistica. Perciò la soddisfazione di Cristo appartiene a tutti i suoi fedeli che ne sono le membra. Del resto in quanto due uomini sono uniti nella carità l'uno può soddisfare per l'altro, come vedremo in seguito. Non è così invece per la confessione e per la contrizione: poiché la soddisfazione consiste in un atto esterno, che può essere eseguito con degli strumenti, tra i quali possono rientrare anche gli amici.

[49017] IIIª q. 48 a. 2 ad 2
Ad secundum dicendum quod maior fuit caritas Christi patientis quam malitia crucifigentium. Et ideo plus potuit Christus satisfacere sua passione quam crucifixores offendere occidendo, in tantum quod passio Christi sufficiens fuit, et superabundans, ad satisfaciendum pro peccatis crucifigentium ipsum.

 

[49017] IIIª q. 48 a. 2 ad 2
2. La carità del Cristo sofferente fu superiore alla malizia dei suoi crocifissori. Perciò Cristo con la sua passione ha potuto soddisfare più di quanto quelli siano stati capaci di offendere con l'uccidere: cosicché la passione di Cristo fu una soddisfazione sufficiente e sovrabbondante per i peccati stessi di coloro che l'uccisero.

[49018] IIIª q. 48 a. 2 ad 3
Ad tertium dicendum quod dignitas carnis Christi non est aestimanda solum secundum carnis naturam, sed secundum personam assumentem, inquantum scilicet erat caro Dei, ex quo habebat dignitatem infinitam.

 

[49018] IIIª q. 48 a. 2 ad 3
3. La nobiltà della carne di Cristo non va misurata solo dalla natura della carne, ma dalla persona che l'ha assunta, essendo essa la carne di Dio: e sotto tale aspetto la sua nobiltà era infinita.




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se la passione di Cristo abbia agito sotto forma di sacrificio


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 3

[49019] IIIª q. 48 a. 3 arg. 1
Ad tertium sic proceditur. Videtur quod passio Christi non fuerit operata per modum sacrificii. Veritas enim debet respondere figurae. Sed in sacrificiis veteris legis, quae erant figurae Christi, nunquam offerebatur caro humana, quinimmo haec sacrificia nefanda habebantur, secundum illud Psalmi, effuderunt sanguinem innocentem, sanguinem filiorum suorum et filiarum, quas sacrificaverunt sculptilibus Chanaan. Ergo videtur quod passio Christi sacrificium dici non possit.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 3

[49019] IIIª q. 48 a. 3 arg. 1
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia agito sotto forma di sacrificio. Infatti:
1. La realtà deve corrispondere alla figura. Ora, nei sacrifici dell'antica legge, figura del sacrificio di Cristo, mai si offriva carne umana; anzi tali sacrifici erano ritenuti abominevoli, secondo il rimprovero del salmista: "Hanno versato il sangue innocente, il sangue dei loro figli e figlie, che hanno sacrificato agl'idoli di Canaan". Dunque la passione di Cristo non può considerarsi un sacrificio.

[49020] IIIª q. 48 a. 3 arg. 2
Praeterea, Augustinus dicit, in X de Civ. Dei, quod sacrificium visibile invisibilis sacrificii sacramentum, idest sacrum signum, est. Sed passio Christi non est signum, sed magis significatum per alia signa. Ergo videtur quod passio Christi non sit sacrificium.

 

[49020] IIIª q. 48 a. 3 arg. 2
2. S. Agostino insegna, che "il sacrificio visibile è sacramento, o segno sacro, di un sacrificio invisibile". Ma la passione di Cristo non è un segno, bensì la cosa stessa significata dagli altri segni. Perciò la passione di Cristo non è sacrificio.

[49021] IIIª q. 48 a. 3 arg. 3
Praeterea, quicumque offert sacrificium, aliquid sacrum facit, ut ipsum nomen sacrificii demonstrat. Illi autem qui Christum occiderunt, non fecerunt aliquod sacrum, sed magnam malitiam perpetraverunt. Ergo passio Christi magis fuit maleficium quam sacrificium.

 

[49021] IIIª q. 48 a. 3 arg. 3
3. Chi offre un sacrificio compie qualche cosa di sacro, come dice il nome stesso di sacrificio. Coloro invece che uccisero Cristo non fecero qualche cosa di sacro, ma perpetrarono una grave iniquità. Dunque la passione di Cristo fu piuttosto un maleficio che un sacrificio.

[49022] IIIª q. 48 a. 3 s. c.
Sed contra est quod apostolus dicit, Ephes. V, tradidit semetipsum pro nobis oblationem et hostiam Deo in odorem suavitatis.

 

[49022] IIIª q. 48 a. 3 s. c.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "(Cristo) offrì se stesso per noi, oblazione e vittima a Dio in odore di soavità".

[49023] IIIª q. 48 a. 3 co.
Respondeo dicendum quod sacrificium proprie dicitur aliquid factum in honorem proprie Deo debitum, ad eum placandum. Et inde est quod Augustinus dicit, in X de Civ. Dei, verum sacrificium est omne opus quod agitur ut sancta societate Deo inhaereamus, relatum scilicet ad illum finem boni quo veraciter beati esse possumus. Christus autem, ut ibidem subditur, seipsum obtulit in passione pro nobis, et hoc ipsum opus, quod voluntarie passionem sustinuit, fuit Deo maxime acceptum, utpote ex caritate proveniens. Unde manifestum est quod passio Christi fuit verum sacrificium. Et, sicut ipse postea subdit in eodem libro, huius veri sacrificii multiplicia variaque signa erant sacrificia prisca sanctorum, cum hoc unum per multa figuraretur, tanquam verbis multis res una diceretur, ut sine fastidio multum commendaretur; et, cum quatuor considerentur in omni sacrificio, ut Augustinus dicit in IV de Trin., scilicet cui offeratur, a quo offeratur, quid offeratur, pro quibus offeratur, idem ipse qui unus verusque mediator per sacrificium pacis reconciliat nos Deo, unum cum illo maneret cui offerebat, unum in se faceret pro quibus offerebat, unus ipse esset qui offerebat, et quod offerebat.

 

[49023] IIIª q. 48 a. 3 co.
RISPONDO: Il sacrificio propriamente è un'opera compiuta per rendere a Dio l'onore a lui esclusivamente dovuto al fine di placarlo. Di qui le parole di S. Agostino: "Vero sacrificio è ogni opera compiuta allo scopo di aderire a Dio in una santa società, che tende cioè a quel fine di bene per cui possiamo essere veramente felici". Perciò, egli conclude, Cristo "nella passione sacrificò se stesso per noi": e tale azione, cioè l'accettazione volontaria della passione, fu sommamente gradita a Dio, procedendo essa dalla carità. Perciò è evidente che la passione di Cristo fu un vero sacrificio. E nel medesimo libro il Santo rileva che "di questo vero sacrificio erano segni molteplici e vari i sacrifici dei giusti dell'antico Testamento, quali parole molteplici esprimenti un'unica cosa, per poterla molto raccomandare senza creare fastidio". "E poiché in ogni sacrificio", scrive ancora S. Agostino, "si devono considerare quattro cose: a chi si offre, chi l'offre, che cosa si offre, e per chi si offre, da se stesso l'unico e vero mediatore ha voluto riconciliarci con Dio mediante il sacrificio di pace, restando una cosa sola con colui al quale l'offriva, unificando con sé gli uomini per i quali l'offriva, restando lui stesso l'unico offerente e l'unica vittima".

[49024] IIIª q. 48 a. 3 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod, licet veritas respondeat figurae quantum ad aliquid, non tamen quantum ad omnia, quia oportet quod veritas figuram excedat. Et ideo convenienter figura huius sacrificii, quo caro Christi offertur pro nobis, fuit caro, non hominum, sed aliorum animalium significantium carnem Christi. Quae est perfectissimum sacrificium. Primo quidem quia, ex eo quod est humanae naturae caro, congrue pro hominibus offertur, et ab eis sumitur sub sacramento. Secundo quia, ex eo quod erat passibilis et mortalis, apta erat immolationi. Tertio quia, ex hoc quod erat sine peccato, efficax erat ad emundanda peccata. Quarto quia, ex eo quod erat caro ipsius offerentis, erat Deo accepta propter caritatem suam carnem offerentis. Unde Augustinus dicit, in IV de Trin., quid tam congruenter ab hominibus sumeretur quod pro eis offerretur, quam humana caro? Et quid tam aptum huic immolationi quam caro mortalis? Et quid tam mundum pro mundandis vitiis mortalium quam sine contagione carnalis concupiscentiae caro nata in utero et ex utero virginali? Et quid tam grate offerri et suscipi posset quam caro sacrificii nostri, corpus effectum sacerdotis nostri?

 

[49024] IIIª q. 48 a. 3 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene la verità corrisponda in parte alla figura, non le corrisponde però in tutto; perché la realtà deve superare la figura che la rappresenta. Era giusto quindi che figura di questo sacrificio, in cui viene offerta per noi la carne di Cristo, fosse non la carne umana, bensì la carne degli animali che prefiguravano tale offerta, la quale costituisce così il sacrificio assolutamente perfetto. Primo, perché trattandosi di un corpo appartenente alla natura umana, la sua offerta è proporzionata agli uomini per i quali viene sacrificato, e dai quali viene sunto sotto forma di Sacramento. Secondo, perché essendo una carne passibile e mortale, era adatta all'immolazione. Terzo, perché essendo senza peccato, la carne di Cristo era capace di purificare dai peccati. Quarto, perché essendo la carne dell'offerente medesimo, era accetta a Dio per la carità con la quale egli l'offriva.
Di qui le parole di S. Agostino: "Che cosa gli uomini potevano prendere di più conveniente, per offrirla per loro stessi, che la carne umana? Che cosa di più adatto all'immolazione di una carne mortale? E che cosa di più puro per la purificazione dai vizi dei mortali che la carne concepita senza il contagio della concupiscenza in un seno verginale? Che cosa si poteva offrire ed accettare con maggiore gradimento che la carne del nostro sacrificio, fattasi corpo del nostro sacerdote?".

[49025] IIIª q. 48 a. 3 ad 2
Ad secundum dicendum quod Augustinus ibi loquitur de sacrificiis visibilibus figuralibus. Et tamen ipsa passio Christi, licet sit aliquid significatum per alia sacrificia figuralia, est tamen signum alicuius rei observandae a nobis, secundum illud I Pet. IV, Christo igitur passo in carne, et vos eadem cogitatione armamini, quia qui passus est in carne, desiit a peccatis; ut iam non hominum desideriis, sed voluntati Dei, quod reliquum est in carne vivat temporis.

 

[49025] IIIª q. 48 a. 3 ad 2
2. S. Agostino in quel testo parla di sacrifici visibili figurali. Tuttavia la passione stessa di Cristo, pur essendo la cosa significata dai sacrifici figurali, sta a significare certe cose che noi dobbiamo osservare, secondo le parole di S. Pietro: "Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero; perché chi ha sofferto nella carne ha finito di peccare; e per il tempo che gli resta di vita terrena deve vivere non secondo le passioni degli uomini, ma secondo il volere di Dio".

[49026] IIIª q. 48 a. 3 ad 3
Ad tertium dicendum quod passio Christi ex parte occidentium ipsum fuit maleficium, sed ex parte ipsius ex caritate patientis fuit sacrificium. Unde hoc sacrificium ipse Christus obtulisse dicitur, non autem illi qui eum occiderunt.

 

[49026] IIIª q. 48 a. 3 ad 3
3. Da parte di coloro che l'uccisero la passione di Cristo fu un'opera malefica: ma da parte di colui che la subiva fu un sacrificio. Perciò si dice che questo sacrificio fu offerto da Cristo stesso, non già dai suoi crocifissori.




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma di redenzione


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 4

[49027] IIIª q. 48 a. 4 arg. 1
Ad quartum sic proceditur. Videtur quod passio Christi non fuerit operata nostram salutem per modum redemptionis. Nullus enim emit vel redimit quod suum esse non desiit. Sed homines nunquam desierunt esse Dei, secundum illud Psalmi, domini est terra et plenitudo eius, orbis terrarum et universi qui habitant in eo. Ergo videtur quod Christus non redemerit nos sua passione.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 4

[49027] IIIª q. 48 a. 4 arg. 1
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia causato la nostra salvezza sotto forma di redenzione, o di riscatto. Infatti:
1. Nessuno compra o riscatta cose che non hanno mai cessato di appartenergli. Ora, gli uomini non cessarono mai di appartenere a Dio; poiché, come si legge nei Salmi: "Del Signore è la terra e quanto in essa si contiene, l'orbe terrestre e quanti abitano in esso". Dunque Cristo non ci ha riscattati con la sua passione.

[49028] IIIª q. 48 a. 4 arg. 2
Praeterea, sicut Augustinus dicit, XIII de Trin., Diabolus a Christo iustitia superandus fuit. Sed hoc exigit iustitia, ut ille qui invasit dolose rem alienam, debeat privari, quia fraus et dolus nemini debet patrocinari, ut etiam iura humana dicunt. Cum ergo Diabolus creaturam Dei, scilicet hominem, dolose deceperit et sibi subiugaverit, videtur quod non debuit homo per modum redemptionis ab eius eripi potestate.

 

[49028] IIIª q. 48 a. 4 arg. 2
2. A detta di S. Agostino, "il demonio doveva essere sconfitto da Cristo con la giustizia". Ma la giustizia esige che colui il quale con l'inganno ha rapito i beni altrui ne venga privato: poiché, dicono anche le leggi civili, "la frode e l'inganno non devono mai acquisire dei diritti". Perciò, siccome il demonio aveva con l'inganno sottomesso a sé una creatura di Dio, cioè l'uomo, è evidente che l'uomo non doveva essere sottratto al suo dominio mediante il riscatto, o redenzione.

[49029] IIIª q. 48 a. 4 arg. 3
Praeterea, quicumque emit aut redimit aliquid, pretium solvit ei qui possidebat. Sed Christus non solvit sanguinem suum, qui dicitur esse pretium redemptionis nostrae, Diabolo, qui nos captivos tenebat. Non ergo Christus sua passione nos redemit.

 

[49029] IIIª q. 48 a. 4 arg. 3
3. Chi compra o riscatta un oggetto deve dare una somma a chi lo possiede. Ma Cristo non diede il suo sangue, che è il prezzo del nostro riscatto, al demonio, il quale ci teneva in schiavitù. Dunque Cristo con la sua passione non ci ha riscattati o redenti.

[49030] IIIª q. 48 a. 4 s. c.
Sed contra est quod dicitur I Pet. I, non corruptibilibus auro vel argento redempti estis de vana vestra conversatione paternae traditionis, sed pretioso sanguine, quasi agni immaculati et incontaminati, Christi. Et Galat. III dicitur, Christus nos redemit de maledicto legis, factus pro nobis maledictum. Dicitur autem pro nobis factus maledictum, inquantum pro nobis passus est in ligno, ut supra dictum est. Ergo per passionem suam nos redemit.

 

[49030] IIIª q. 48 a. 4 s. c.
IN CONTRARIO: S. Pietro ha scritto: "Non a prezzo di cose corruttibili, quali l'oro e l'argento, siete stati riscattati dal vano vostro modo di vivere tramandatovi dai padri; ma col prezioso sangue di Cristo, dell'agnello immacolato e incontaminato". E S. Paolo afferma: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, facendosi maledizione lui stesso". Ora, si dice che egli si fece per noi maledizione, perché per noi ha sofferto sulla croce, come abbiamo notato sopra. Perciò con la sua passione egli ci ha riscattati.

[49031] IIIª q. 48 a. 4 co.
Respondeo dicendum quod per peccatum dupliciter homo obligatus erat. Primo quidem, servitute peccati, quia qui facit peccatum, servus est peccati, ut dicitur Ioan. VIII; et II Pet. II, a quo quis superatus est, huic et servus addictus est. Quia igitur Diabolus hominem superaverat inducendo eum ad peccatum, homo servituti Diaboli addictus erat. Secundo, quantum ad reatum poenae, quo homo erat obligatus secundum Dei iustitiam. Et haec est servitus quaedam, ad servitutem enim pertinet quod aliquis patiatur quod non vult, cum liberi hominis sit uti seipso ut vult. Igitur, quia passio Christi fuit sufficiens et superabundans satisfactio pro peccato et reatu generis humani, eius passio fuit quasi quoddam pretium, per quod liberati sumus ab utraque obligatione. Nam ipsa satisfactio qua quis satisfacit sive pro se sive pro alio, pretium quoddam dicitur quo se redimit a peccato et poena, secundum illud Dan. IV, peccata tua eleemosynis redime. Christus autem satisfecit, non quidem pecuniam dando aut aliquid huiusmodi, sed dando id quod fuit maximum, seipsum, pro nobis. Et ideo passio Christi dicitur esse nostra redemptio.

 

[49031] IIIª q. 48 a. 4 co.
RISPONDO: In forza del peccato l'uomo aveva contratto due obbligazioni. Primo, la schiavitù del peccato: poiché "chi fa peccato è schiavo del peccato", secondo l'affermazione evangelica; e S. Pietro ha scritto: "Da chi uno è stato vinto, di lui è anche schiavo". Avendo perciò il demonio sconfitto l'uomo inducendolo al peccato, l'uomo si era reso schiavo del demonio. - Secondo, l'uomo aveva contratto il reato della pena in rapporto alla giustizia di Dio. E anche questa è una specie di schiavitù: poiché entra nella schiavitù dover subire quello che non si vuole, essendo proprio dell'uomo libero disporre a piacimento di se stesso.
Essendo quindi la passione di Cristo soddisfazione sufficiente e sovrabbondante per il peccato e per il reato del genere umano, la sua passione fu come il prezzo del riscatto, per cui siamo stati liberati da queste due obbligazioni. Infatti la soddisfazione che uno offre per sé o per altri si dice che è un compenso col quale si redime dal peccato e dal castigo, secondo le parole del profeta: "Riscatta i tuoi peccati con le elemosine". Ora, Cristo ha soddisfatto (per noi) non già dando del danaro, o cose simili, ma dando per noi la cosa più grande, cioè se stesso. Perciò si deve dire che la passione di Cristo è il nostro riscatto o redenzione.

[49032] IIIª q. 48 a. 4 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod homo dicitur esse Dei dupliciter. Uno modo, inquantum subiicitur potestati eius. Et hoc modo nunquam homo desiit Dei esse, secundum illud Dan. IV, dominatur excelsus in regno hominum, et cuicumque voluerit, dabit illud. Alio modo, per unionem caritatis ad eum, secundum quod dicitur Rom. VIII, si quis spiritum Christi non habet, hic non est eius. Primo igitur modo, nunquam homo desiit esse Dei. Secundo modo, desiit esse Dei per peccatum. Et ideo, inquantum fuit a peccato liberatus, Christo passo satisfaciente, dicitur per passionem Christi esse redemptus.

 

[49032] IIIª q. 48 a. 4 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo può appartenere a Dio in due maniere. Primo, in quanto è soggetto al suo potere. E in tal modo l'uomo non cessò mai di appartenere a Dio; poiché sta scritto: "L'Altissimo domina sui regni degli uomini, e li dà a chi vuole". - Secondo, per l'unione con lui mediante la carità. Di qui le parole di S. Paolo: "Se uno non ha lo spirito di Cristo non gli appartiene".
L'uomo quindi non cessò mai di appartenere a Dio nella prima maniera. Ma nella seconda smise di appartenergli col peccato. Perciò in quanto fu liberato dal peccato mediante la soddisfazione data da Cristo, si dice che l'uomo fu redento dalla passione di Cristo.

[49033] IIIª q. 48 a. 4 ad 2
Ad secundum dicendum quod homo peccando obligatus erat et Deo et Diabolo. Quantum enim ad culpam, Deum offenderat, et Diabolo se subdiderat, ei consentiens. Unde ratione culpae non erat factus servus Dei, sed potius, a Dei servitute recedens, Diaboli servitutem incurrerat, Deo iuste hoc permittente propter offensam in se commissam. Sed quantum ad poenam, principaliter homo erat Deo obligatus, sicut summo iudici, Diabolo autem tanquam tortori, secundum illud Matth. V, ne forte tradat te adversarius tuus iudici, et iudex tradat te ministro, idest Angelo poenarum crudeli, ut Chrysostomus dicit. Quamvis igitur Diabolus iniuste, quantum in ipso erat, hominem, sua fraude deceptum, sub servitute teneret, et quantum ad culpam et quantum ad poenam, iustum tamen erat hoc hominem pati, Deo hoc permittente quantum ad culpam, et ordinante quantum ad poenam. Et ideo per respectum ad Deum iustitia exigebat quod homo redimeretur, non autem per respectum ad Diabolum.

 

[49033] IIIª q. 48 a. 4 ad 2
2. Col peccato l'uomo aveva contratto obbligazioni verso Dio e verso il demonio. Per la colpa infatti egli aveva offeso Dio e si era sottomesso al demonio accettandone i consigli. Perciò con la colpa egli era diventato non già servo di Dio, avendo piuttosto rinnegato tale servitù, ma era incorso nella schiavitù del demonio, permettendolo Dio per l'offesa commessa contro di lui. Per il castigo invece l'uomo aveva contratto un obbligo principalmente verso Dio, quale giudice supremo, e poi verso il demonio quale giustiziere. Ciò secondo l'accenno evangelico: "Perché il tuo avversario non ti consegni al giudice, e il giudice non ti dia nelle mani del carceriere", "cioè all'angelo crudele del castigo", come spiega il Crisostomo. Perciò sebbene il demonio per parte sua tenesse sotto di sé ingiustamente l'uomo ingannato dalla sua astuzia, sia per la colpa che per il castigo; tuttavia era giusto che l'uomo ciò subisse per divina permissione riguardo alla colpa, e per disposizione divina riguardo al castigo. Perciò la giustizia esigeva che l'uomo venisse redento in rapporto a Dio, non già in rapporto al demonio.

[49034] IIIª q. 48 a. 4 ad 3
Ad tertium dicendum quod, quia redemptio requirebatur ad hominis liberationem per respectum ad Deum, non autem per respectum ad Diabolum; non erat pretium solvendum Diabolo, sed Deo. Et ideo Christus sanguinem suum, qui est pretium nostrae redemptionis, non dicitur obtulisse Diabolo, sed Deo.

 

[49034] IIIª q. 48 a. 4 ad 3
3. La redenzione, o riscatto, essendo richiesta per la liberazione dell'uomo in riferimento a Dio, e non in riferimento al demonio, il prezzo del riscatto si doveva pagare non al demonio, ma a Dio. Ecco perché non si può dire che Cristo abbia offerto al demonio il suo sangue, prezzo della nostra redenzione, bensì a Dio.




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se essere Redentore sia proprio di Cristo


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 5

[49035] IIIª q. 48 a. 5 arg. 1
Ad quintum sic proceditur. Videtur quod esse redemptorem non sit proprium Christi. Dicitur enim in Psalmo, redemisti me, domine Deus veritatis. Sed esse dominum Deum veritatis convenit toti Trinitati. Non ergo est proprium Christo.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 5

[49035] IIIª q. 48 a. 5 arg. 1
SEMBRA che essere Redentore non sia proprio di Cristo. Infatti:
1. Nei Salmi si legge: "Tu mi hai redento, o Signore Dio di verità". Ma essere Signore Dio di verità appartiene a tutta la Trinità. Dunque redimere non è proprio di Cristo.

[49036] IIIª q. 48 a. 5 arg. 2
Praeterea, ille dicitur redimere qui dat pretium redemptionis. Sed Deus pater dedit filium suum redemptionem pro peccatis nostris, secundum illud Psalmi, redemptionem misit dominus populo suo; Glossa, idest Christum, qui dat redemptionem captivis. Ergo non solum Christus, sed etiam Deus pater nos redemit.

 

[49036] IIIª q. 48 a. 5 arg. 2
2. Si dice che redime colui che dà il prezzo del riscatto. Ora, Dio Padre ha dato il Figlio suo come redentore per i nostri peccati, secondo le parole del salmista: "Il Signore ha inviato al suo popolo la redenzione", "cioè Cristo", aggiunge la Glossa, "il quale dà ai prigionieri il riscatto". Perciò non Cristo soltanto, ma anche Dio Padre ci ha redento.

[49037] IIIª q. 48 a. 5 arg. 3
Praeterea, non solum passio Christi, sed etiam aliorum sanctorum, proficua fuit ad nostram salutem, secundum illud Coloss. I, gaudeo in passionibus pro vobis, et adimpleo ea quae desunt passionum Christi in carne mea pro corpore eius, quod est Ecclesia. Ergo non solum Christus debet dici redemptor, sed etiam alii sancti.

 

[49037] IIIª q. 48 a. 5 arg. 3
3. Ha giovato alla nostra salvezza non soltanto la passione di Cristo, ma anche quella degli altri santi, come appare dalla lettera di S. Paolo ai Colossesi: "Io mi rallegro nelle sofferenze che patisco per voi, e completo nella mia carne quel che manca delle sofferenze di Cristo, a vantaggio del corpo suo che è la Chiesa". Quindi non soltanto Cristo deve dirsi Redentore, ma anche gli altri santi.

[49038] IIIª q. 48 a. 5 s. c.
Sed contra est quod dicitur Galat. III, Christus nos redemit de maledicto legis, factus pro nobis maledictum. Sed solus Christus factus est pro nobis maledictum. Ergo solus Christus debet dici noster redemptor.

 

[49038] IIIª q. 48 a. 5 s. c.
IN CONTRARIO: Sta scritto: "Cristo ci ha redenti dalla maledizione della legge, facendosi lui stesso maledizione". Ora, Cristo soltanto si è fatto per noi maledizione. Dunque soltanto lui ha diritto al titolo di Redentore.

[49039] IIIª q. 48 a. 5 co.
Respondeo dicendum quod ad hoc quod aliquis redimat, duo requiruntur, scilicet actus solutionis, et pretium solutum. Si enim aliquis solvat pro redemptione alicuius rei pretium, si non est suum, sed alterius, non dicitur ipse redimere principaliter, sed magis ille cuius est pretium. Pretium autem redemptionis nostrae est sanguis Christi, vel vita eius corporalis quae est in sanguine, quam ipse Christus exsolvit. Unde utrumque istorum ad Christum pertinet immediate inquantum est homo, sed ad totam Trinitatem sicut ad causam primam et remotam, cuius erat et ipsa vita Christi sicut primi auctoris, et a qua inspiratum fuit ipsi homini Christo ut pateretur pro nobis. Et ideo esse immediate redemptorem est proprium Christi inquantum est homo, quamvis ipsa redemptio possit attribui toti Trinitati sicut primae causae.

 

[49039] IIIª q. 48 a. 5 co.
RISPONDO: Per il riscatto si richiedono due cose: l'atto del pagamento e il prezzo da pagare. Quando uno infatti per il riscatto di una persona sborsa il danaro di un altro, non può dirsi che quella redenzione appartiene a lui in maniera principale, ma piuttosto al proprietario di quel danaro. Ora, il prezzo della nostra redenzione è il sangue di Cristo, ossia la sua vita fisica, la quale "risiede nel sangue", e che Cristo ha pagato. Perciò a Cristo in quanto uomo appartengono tutte e due le cose suddette in maniera immediata: invece come a causa prima e remota ciò va attribuito a tutta la Trinità, cui apparteneva la vita stessa di Cristo, e a cui risale l'ispirazione di Cristo come uomo a patire per noi. Cosicché essere Redentore in maniera immediata è proprio di Cristo in quanto uomo: però la redenzione stessa va attribuita a tutta la Trinità come alla sua causa prima.

[49040] IIIª q. 48 a. 5 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod Glossa sic exponit, tu, Deus veritatis, redemisti me in Christo clamante, in manus tuas, domine, commendo spiritum meum. Et sic redemptio immediate pertinet ad hominem Christum, principaliter autem ad Deum.

 

[49040] IIIª q. 48 a. 5 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La Glossa così spiega il passo citato: "Tu, o Dio di verità, mi hai redento in Cristo il quale ha gridato: Signore, nelle tue mani raccomando il mio spirito". Cosicché immediatamente la redenzione appartiene a Cristo in quanto uomo; ma come a causa principale appartiene a Dio.

[49041] IIIª q. 48 a. 5 ad 2
Ad secundum dicendum quod pretium redemptionis nostrae homo Christus solvit immediate, sed de mandato patris sicut primordialis auctoris.

 

[49041] IIIª q. 48 a. 5 ad 2
2. Il prezzo della nostra redenzione fu pagato immediatamente da Cristo come uomo: però dietro il comando del Padre quale causa primordiale.

[49042] IIIª q. 48 a. 5 ad 3
Ad tertium dicendum quod passiones sanctorum proficiunt Ecclesiae, non quidem per modum redemptionis, sed per modum exhortationis et exempli, secundum illud II Cor. I, sive tribulamur pro vestra exhortatione et salute.

 

[49042] IIIª q. 48 a. 5 ad 3
3. Le sofferenze dei santi giovano alla Chiesa non sotto forma di redenzione, ma di esortazione e di esempio, secondo le parole di S. Paolo: "Se noi siamo nelle tribolazioni, è per vostra esortazione e salute".




Terza Parte > Cristo > Come la passione di Cristo produca i suoi effetti > Se la passione di Cristo sia stata causa efficiente della nostra salvezza


Tertia pars
Quaestio 48
Articulus 6

[49043] IIIª q. 48 a. 6 arg. 1
Ad sextum sic proceditur. Videtur quod passio Christi non fuerit operata nostram salutem per modum efficientiae. Causa enim efficiens nostrae salutis est magnitudo divinae virtutis, secundum illud Isaiae LIX, ecce, non est abbreviata manus eius, ut salvare non possit. Christus autem crucifixus est ex infirmitate, ut dicitur II Cor. XIII. Non ergo passio Christi efficienter operata est salutem nostram.

 
Terza parte
Questione 48
Articolo 6

[49043] IIIª q. 48 a. 6 arg. 1
SEMBRA che la passione di Cristo non sia stata causa efficiente della nostra salvezza. Infatti:
1. Causa efficiente della nostra salvezza è la grandezza della virtù divina, secondo le parole di Isaia: "Ecco il braccio di Dio non si è accorciato, così da non poter salvare"; invece Cristo, come nota S. Paolo, "è stato crocifisso secondo la sua infermità". Dunque la passione di Cristo non ha causato la nostra salvezza come causa efficiente.

[49044] IIIª q. 48 a. 6 arg. 2
Praeterea, nullum agens corporale efficienter agit nisi per contactum, unde etiam et Christus tangendo mundavit leprosum, ut ostenderet carnem suam salutiferam virtutem habere, sicut Chrysostomus dicit. Sed passio Christi non potuit contingere omnes homines. Ergo non potuit efficienter operari omnium hominum salutem.

 

[49044] IIIª q. 48 a. 6 arg. 2
2. Una causa agente corporale non agisce come causa efficiente se non mediante il contatto: difatti Cristo stesso mondò il lebbroso toccandolo, "per mostrare", nota il Crisostomo, "che la sua carne aveva una virtù salvifica". Ma la passione di Cristo non poteva venire a contatto con tutti gli uomini. Perciò essa non poteva produrre la salvezza come causa efficiente.

[49045] IIIª q. 48 a. 6 arg. 3
Praeterea, non videtur eiusdem esse operari per modum meriti, et per modum efficientiae, quia ille qui meretur, expectat effectum ab alio. Sed passio Christi operata est nostram salutem per modum meriti. Non ergo per modum efficientiae.

 

[49045] IIIª q. 48 a. 6 arg. 3
3. Non sembra che uno possa agire contemporaneamente come causa meritoria e come causa efficiente: poiché chi merita attende l'effetto da un altro. Ora, la passione di Cristo ha prodotto la nostra salvezza sotto forma di merito. Quindi non poteva produrla come causa efficiente.

[49046] IIIª q. 48 a. 6 s. c.
Sed contra est quod dicitur I Cor. I, quod verbum crucis his qui salvi fiunt est virtus Dei. Sed virtus Dei efficienter operatur nostram salutem. Ergo passio Christi in cruce efficienter operata est nostram salutem.

 

[49046] IIIª q. 48 a. 6 s. c.
IN CONTRARIO: S. Paolo afferma, che "la parola della croce per quelli che si salvano è virtù di Dio". Ma la virtù di Dio opera la nostra salvezza come causa efficiente. Dunque la passione di Cristo sulla croce ha prodotto la nostra salvezza come causa efficiente.

[49047] IIIª q. 48 a. 6 co.
Respondeo dicendum quod duplex est efficiens, principale, et instrumentale. Efficiens quidem principale humanae salutis Deus est. Quia vero humanitas Christi est divinitatis instrumentum, ut supra dictum est, ex consequenti omnes actiones et passiones Christi instrumentaliter operantur, in virtute divinitatis, ad salutem humanam. Et secundum hoc, passio Christi efficienter causat salutem humanam.

 

[49047] IIIª q. 48 a. 6 co.
RISPONDO: La causa efficiente è di due specie: principale e strumentale. Ebbene, causa efficiente principale della salvezza umana è Dio. Essendo però l'umanità di Cristo "strumento della divinità", come sopra abbiamo spiegato, di conseguenza tutte le azioni e le sofferenze di Cristo producevano strumentalmente, in virtù della sua divinità, la salvezza dell'uomo. E in tal modo la passione di Cristo è causa efficiente dell'umana salvezza.

[49048] IIIª q. 48 a. 6 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod passio Christi, relata ad Christi carnem, congruit infirmitati assumptae, relata vero ad divinitatem, consequitur ex ea infinitam virtutem, secundum illud I Cor. I, quod infirmum est Dei, fortius est hominibus; quia scilicet ipsa infirmitas Christi, inquantum est Dei, habet virtutem excedentem omnem virtutem humanam.

 

[49048] IIIª q. 48 a. 6 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La passione di Cristo in rapporto alla sua carne mortale si doveva all'infermità che egli aveva assunto; ma in rapporto alla sua divinità essa acquistava una virtù infinita, secondo l'affermazione paolina: "L'infermità di Dio è più forte degli uomini"; poiché l'infermità stessa di Cristo in quanto è l'infermità di Dio ha una potenza che supera ogni virtù umana.

[49049] IIIª q. 48 a. 6 ad 2
Ad secundum dicendum quod passio Christi, licet sit corporalis, habet tamen spiritualem virtutem ex divinitate unita. Et ideo per spiritualem contactum efficaciam sortitur, scilicet per fidem et fidei sacramenta, secundum illud apostoli, quem proposuit propitiatorem per fidem in sanguine eius.

 

[49049] IIIª q. 48 a. 6 ad 2
2. Pur essendo corporea, la passione di Cristo ha tuttavia una virtù di ordine spirituale per la sua unione con la divinità. Ecco perché essa rivela la sua efficacia mediante un contatto spirituale: cioè mediante la fede e i sacramenti della fede, secondo le parole dell'Apostolo: "(Dio) ha posto Cristo come propiziatore mediante la fede nel suo sangue".

[49050] IIIª q. 48 a. 6 ad 3
Ad tertium dicendum quod passio Christi, secundum quod comparatur ad divinitatem eius, agit per modum efficientiae; inquantum vero comparatur ad voluntatem animae Christi, agit per modum meriti; secundum vero quod consideratur in ipsa carne Christi, agit per modum satisfactionis, inquantum per eam liberamur a reatu poenae; per modum vero redemptionis, inquantum per eam liberamur a servitute culpae; per modum autem sacrificii, inquantum per eam reconciliamur Deo, ut infra dicetur.

 

[49050] IIIª q. 48 a. 6 ad 3
3. La passione di Cristo in forza della sua divinità agisce come causa efficiente; in forza della volontà dell'anima di Cristo agisce come causa meritoria; se poi viene considerata nella carne stessa di Cristo agisce sotto forma di soddisfazione, in quanto da essa siamo liberati dal reato della pena; agisce poi sotto forma di redenzione in quanto con essa siamo liberati dalla schiavitù della colpa; e finalmente agisce sotto forma di sacrificio, in quanto per mezzo di essa, lo vedremo nella questione seguente, siamo riconciliati con Dio.

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