II-II, 165

Seconda parte > Le azioni umane > La temperanza > La tentazione dei nostri progenitori


Secunda pars secundae partis
Quaestio 165
Prooemium

[45662] IIª-IIae, q. 165 pr.
Deinde considerandum est de tentatione primorum parentum. Circa quam quaeruntur duo.
Primo, utrum fuerit conveniens quod homo a Diabolo tentaretur.
Secundo, de modo et ordine illius tentationis.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 165
Proemio

[45662] IIª-IIae, q. 165 pr.
Prendiamo ora a esaminare la tentazione dei nostri progenitori.
Su questo tema tratteremo due argomenti:

1. Se era conveniente che l'uomo fosse tentato dal demonio;
2. La maniera e l'ordine di questa tentazione.




Seconda parte > Le azioni umane > La temperanza > La tentazione dei nostri progenitori > Se era conveniente che l'uomo fosse tentato dal demonio


Secunda pars secundae partis
Quaestio 165
Articulus 1

[45663] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 1
Ad primum sic proceditur. Videtur quod non fuerit conveniens ut homo a Diabolo tentaretur. Eadem enim poena finalis debetur peccato Angeli et peccato hominis, secundum illud Matth. XXV, ite, maledicti, in ignem aeternum, qui paratus est Diabolo et Angelis eius. Sed primum peccatum Angeli non fuit ex aliqua tentatione exteriori. Ergo nec primum peccatum hominis debuit esse ex aliqua tentatione exteriori.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 165
Articolo 1

[45663] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 1
SEMBRA sconveniente che l'uomo fosse tentato dal demonio. Infatti:
1. Al peccato dell'angelo è dovuto lo stesso finale castigo che a quello dell'uomo; poiché nel Vangelo si legge: "Andate, maledetti, al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli". Ma il primo peccato dell'angelo non fu provocato da nessuna tentazione esterna. Dunque neppure il primo peccato dell'uomo doveva dipendere da una simile tentazione.

[45664] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 2
Praeterea, Deus, praescius futurorum, sciebat quod homo per tentationem Daemonis in peccatum deiiceretur, et sic bene sciebat quod non expediebat ei quod tentaretur. Ergo videtur quod non fuerit conveniens quod permitteret eum tentari.

 

[45664] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 2
2. Dio, conoscendo il futuro, sapeva che l'uomo sarebbe stato vinto dalla tentazione del demonio: e quindi sapeva bene che non gli avrebbe giovato. Perciò non era ragionevole permettere che l'uomo fosse tentato.

[45665] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 3
Praeterea, quod aliquis impugnatorem habeat, ad poenam pertinere videtur, sicut et e contrario ad praemium pertinere videtur quod impugnatio subtrahatur, secundum illud Prov. XVI, cum placuerint domino viae hominis, inimicos quoque eius convertet ad pacem. Sed poena non debet praecedere culpam. Ergo inconveniens fuit quod homo ante peccatum tentaretur.

 

[45665] IIª-IIae, q. 165 a. 1 arg. 3
3. Essere aggrediti è piuttosto un castigo: come al contrario è un premio la cessazione di ogni ostilità, secondo le parole dei Proverbi: "Quando gradiranno al Signore le vie dell'uomo, riconcilierà a lui anche i nemici". Ora, il castigo non può precedere la colpa. Perciò non era giusto che l'uomo ancora innocente fosse tentato.

[45666] IIª-IIae, q. 165 a. 1 s. c.
Sed contra est quod dicitur Eccli. XXXIV, qui non est tentatus, qualia scit?

 

[45666] IIª-IIae, q. 165 a. 1 s. c.
IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi non è stato tentato, che cosa sa?".

[45667] IIª-IIae, q. 165 a. 1 co.
Respondeo dicendum quod divina sapientia disponit omnia suaviter, ut dicitur Sap. VIII, inquantum scilicet sua providentia singulis attribuit quae eis competunt secundum suam naturam; quia, ut Dionysius dicit, IV cap. de Div. Nom., providentiae non est naturam corrumpere, sed salvare. Hoc autem pertinet ad conditionem humanae naturae, ut ab aliis creaturis iuvari vel impediri possit. Unde conveniens fuit ut Deus hominem in statu innocentiae et tentari permitteret per malos Angelos, et iuvari eum faceret per bonos. Ex speciali autem beneficio gratiae hoc erat ei collatum, ut nulla creatura exterior ei posset nocere contra propriam voluntatem, per quam etiam tentationi Daemonis resistere poterat.

 

[45667] IIª-IIae, q. 165 a. 1 co.
RISPONDO: La sapienza divina, come dice la Scrittura, "dispone tutte le cose con soavità": poiché con la sua provvidenza dà a ciascuna di esse ciò che le spetta secondo la sua natura; ché, a detta di Dionigi, "la provvidenza non mira a distruggere la natura, ma a conservarla". Ora, la natura umana è tale che può essere aiutata o ostacolata da altre creature. Perciò era ragionevole che Dio permettesse nello stato d'innocenza che l'uomo fosse tentato dagli angeli cattivi, come lo faceva aiutare dagli angeli buoni. Ma per un particolare dono di grazia non c'era una creatura esterna all'uomo che potesse nuocergli contro la sua volontà, con la quale poteva resistere anche alla tentazione del demonio.

[45668] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod supra naturam humanam est aliqua natura in qua potest malum culpae inveniri, non autem supra naturam angelicam. Tentare autem inducendo ad malum, non est nisi iam depravati per culpam. Et ideo conveniens fuit ut homo per Angelum malum tentaretur ad peccandum, sicut etiam, secundum naturae ordinem, per Angelum bonum promovetur ad perfectionem. Angelus autem a suo superiori, scilicet a Deo, in bono perfici potuit, non autem ad peccandum induci, quia, sicut dicitur Iac. I, Deus intentator malorum est.

 

[45668] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Al di sopra dell'uomo esiste una natura in cui è possibile la presenza della colpa: ma non esiste sopra la natura dell'angelo. Ora, tentare per indurre al male è solo di chi è già depravato dalla colpa. Perciò era ragionevole che l'uomo fosse tentato al male da un angelo cattivo: come secondo l'ordine naturale è aiutato nel bene da un angelo buono. Invece l'angelo può essere aiutato nel bene da chi gli è superiore, cioè da Dio, ma non può da lui essere indotto a peccare; poiché sta scritto: "Dio non è tentatore di male".

[45669] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut Deus sciebat quod homo per tentationem in peccatum esset deiiciendus, ita etiam sciebat quod per liberum arbitrium resistere poterat tentatori. Hoc autem requirebat conditio naturae ipsius, ut propriae voluntati relinqueretur, secundum illud Eccli. XV, Deus reliquit hominem in manu consilii sui. Unde Augustinus dicit, XI super Gen. ad Litt., non mihi videtur magnae laudis futurum fuisse hominem, si propterea posset bene vivere quia nemo male vivere suaderet, cum et in natura posse, et in potestate haberet velle non consentire suadenti.

 

[45669] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 2
2. Dio, come sapeva che l'uomo sarebbe con la tentazione caduto in peccato, così sapeva che con il libero arbitrio avrebbe potuto resistere al tentatore. Ma la condizione della sua natura esigeva dall'uomo che fosse lasciato alla propria volontà, come dice l'Ecclesiastico: "Dio ha lasciato l'uomo in mano del suo arbitrio". Di qui le parole di S. Agostino: "Mi sembra che non sarebbe stato di grande lode per l'uomo, se avesse potuto ben vivere solo perché nessuno lo esortava al male: pur avendo da natura il potere, e dalla sua facoltà il volere, di non consentire alla tentazione".

[45670] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 3
Ad tertium dicendum quod impugnatio cui cum difficultate resistitur, poenalis est. Sed homo in statu innocentiae poterat absque omni difficultate tentationi resistere. Et ideo impugnatio tentatoris poenalis ei non fuit.

 

[45670] IIª-IIae, q. 165 a. 1 ad 3
3. È un castigo l'assalto cui si resiste con difficoltà. Ma l'uomo nello stato d'innocenza poteva resistere alla tentazione senza difficoltà. Perciò l'assalto del tentatore non era per lui un castigo.




Seconda parte > Le azioni umane > La temperanza > La tentazione dei nostri progenitori > Se la maniera e l'ordine della prima tentazione siano stati ragionevoli


Secunda pars secundae partis
Quaestio 165
Articulus 2

[45671] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 1
Ad secundum sic proceditur. Videtur quod non fuerit conveniens modus et ordo primae tentationis. Sicut enim ordine naturae Angelus erat superior homine, ita et vir erat perfectior muliere. Sed peccatum pervenit ab Angelo ad hominem. Ergo, pari ratione, debuit pervenire a viro in mulierem, ut scilicet mulier per virum tentaretur, et non e converso.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 165
Articolo 2

[45671] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 1
SEMBRA che la maniera e l'ordine della prima tentazione non siano stati ragionevoli. Infatti:
1. Come in ordine di natura l'angelo era superiore all'uomo, così l'uomo era più perfetto della donna. Ora, il peccato doveva discendere dall'angelo all'uomo. Quindi doveva anche raggiungere la donna attraverso l'uomo, cosicché la donna doveva essere tentata dall'uomo e non viceversa.

[45672] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 2
Praeterea, tentatio primorum parentum fuit per suggestionem. Potest autem Diabolus suggerere homini etiam absque aliqua exteriori sensibili creatura. Cum ergo primi parentes essent spirituali mente praediti, minus sensibilibus quam intelligibilibus inhaerentes, convenientius fuisset quod solum spirituali tentatione homo tentaretur quam exteriori.

 

[45672] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 2
2. La tentazione dei nostri progenitori avvenne per suggerimento. Ma il demonio può suggerire all'uomo anche senza nessuna creatura esterna. Perciò, siccome i progenitori erano dotati di un'intelligenza spirituale, sarebbe stato più logico che la loro tentazione fosse soltanto spirituale, e non esterna.

[45673] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 3
Praeterea, non potest convenienter aliquis malum suggerere nisi per aliquid quod appareat bonum. Sed multa alia animalia habent maiorem apparentiam boni quam serpens. Non ergo convenienter tentatus fuit homo a Diabolo per serpentem.

 

[45673] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 3
3. Non si può suggerire il male, se non per mezzo di una cosa apparentemente buona. Ora, molti altri animali hanno più del serpente un'apparenza buona. Quindi non era conveniente che l'uomo fosse tentato dal demonio per mezzo del serpente.

[45674] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 4
Praeterea, serpens est animal irrationale. Sed animali irrationali non competit sapientia nec locutio, nec poena. Ergo inconvenienter inducitur serpens esse callidior cunctis animalibus, vel, prudentissimus omnium bestiarum, secundum aliam translationem. Inconvenienter etiam inducitur fuisse mulieri locutus, et a Deo punitus.

 

[45674] IIª-IIae, q. 165 a. 2 arg. 4
4. Il serpente è un animale irragionevole. Ma a un animale privo di ragione non si addice né la sapienza, né la loquela, né il castigo. Perciò non ha senso affermare che il serpente "era il più astuto fra tutti gli animali"; oppure, secondo un'altra versione, "la più prudente di tutte le bestie". Così non ha senso affermare che esso parlò alla donna, e che fu punito da Dio.

[45675] IIª-IIae, q. 165 a. 2 s. c.
Sed contra est quod id quod est primum in aliquo genere, debet esse proportionatum his quae in eodem genere consequuntur. Sed in quolibet peccato invenitur ordo primae tentationis, inquantum videlicet praecedit in sensualitate, quae per serpentem significatur, peccati concupiscentia; in ratione inferiori, quae significatur per mulierem, delectatio; in ratione superiori, quae significatur per virum, consensus peccati; ut Augustinus dicit, XII de Trin. Ergo congruus fuit ordo primae tentationis.

 

[45675] IIª-IIae, q. 165 a. 2 s. c.
IN CONTRARIO: Ciò che è primo in un dato genere di cose deve essere proporzionato a ciò che rientra in tale genere. Ora, in ogni peccato, come spiega S. Agostino, si riscontra l'ordine della prima tentazione: poiché nella sensualità, rappresentata dal serpente, si produce prima la concupiscenza del peccato; nella ragione inferiore, rappresentata dalla donna, se ne ha la compiacenza; e nella ragione superiore, rappresentata dall'uomo, si ha il consenso al peccato. Dunque l'ordine della prima tentazione è pienamente giustificato.

[45676] IIª-IIae, q. 165 a. 2 co.
Respondeo dicendum quod homo compositus est ex duplici natura, intellectiva scilicet et sensitiva. Et ideo Diabolus in tentatione hominis usus est incitamento ad peccandum dupliciter. Uno quidem modo, ex parte intellectus, inquantum promisit divinitatis similitudinem per scientiae adeptionem, quam homo naturaliter desiderat. Alio modo, ex parte sensus. Et sic usus est his sensibilibus rebus quae maximam habent affinitatem ad hominem, partim quidem in eadem specie, tentans virum per mulierem; partim vero in eodem genere, tentans mulierem per serpentem; partim vero ex genere propinquo, proponens pomum ligni vetiti ad edendum.

 

[45676] IIª-IIae, q. 165 a. 2 co.
RISPONDO: L'uomo è composto di due nature, cioè della natura intellettiva e di quella sensitiva. Perciò il demonio nella tentazione dell'uomo ricorse a due incitamenti. Primo, dal lato dell'intelletto promise la somiglianza con Dio mediante l'acquisto del sapere, che l'uomo per natura desidera. Secondo, dal lato dei sensi il demonio ricorse alle cose sensibili che hanno maggiore affinità con l'uomo: sia nella medesima specie, tentando l'uomo mediante la donna; sia nel medesimo genere, tentando la donna servendosi del serpente; sia nel genere subalterno, suggerendo di mangiare il frutto proibito.

[45677] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod in actu tentationis Diabolus erat sicut principale agens, sed mulier assumebatur quasi instrumentum tentationis ad deiiciendum virum. Tum quia mulier erat infirmior viro, unde magis seduci poterat. Tum etiam, propter coniunctionem eius ad virum, maxime per eam Diabolus poterat virum seducere. Non autem est eadem ratio principalis agentis et instrumenti. Nam principale agens oportet esse potius, quod non requiritur in agente instrumentali.

 

[45677] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella tentazione il demonio fu come la causa agente principale, mentre la donna servì come strumento per vincere l'uomo. Sia perché la donna era più debole: e quindi poteva più facilmente essere sedotta. Sia perché, data la sua intimità con l'uomo, la donna costituiva per il diavolo il mezzo più efficace per sedurre l'uomo. Ora, lo strumento non implica le condizioni dell'agente principale. Poiché quest'ultimo deve essere superiore (al paziente); ma ciò non si richiede per la causa strumentale.

[45678] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 2
Ad secundum dicendum quod suggestio qua spiritualiter Diabolus aliquid homini suggerit, ostendit Diabolus plus habere potestatis in homine quam suggestio exterior, quia per suggestionem interiorem immutatur a Diabolo saltem hominis phantasia, sed per suggestionem exteriorem immutatur sola exterior creatura. Diabolus autem minimum potestatis habebat in homine ante peccatum et ideo non potuit eum interiori suggestione, sed solum exteriori tentare.

 

[45678] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 2
2. La suggestione, con la quale il demonio suggerisce all'uomo interiormente, implica nell'uomo un potere superiore a quello richiesto per il suggerimento esterno: poiché con il suggerimento interiore viene alterata dal demonio almeno la fantasia dell'uomo; mentre con il suggerimento esterno viene alterata solo una creatura esteriore. Ora, il demonio prima del peccato aveva sull'uomo un potere minimo. E quindi non era in grado di tentarlo dall'interno, ma solo dall'esterno.

[45679] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 3
Ad tertium dicendum quod, sicut Augustinus dicit, XI super Gen. ad Litt., non debemus opinari quod serpentem sibi, per quem tentaret, Diabolus eligeret. Sed, cum esset in illo decipiendi cupiditas, non nisi per illud animal potuit per quod posse permissus est.

 

[45679] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 3
3. Come insegna S. Agostino, "non dobbiamo pensare che il demonio abbia scelto lui il serpente per compiere la tentazione. Ma avendo egli la brama di ingannare, non gli fu permesso di farlo che mediante questo animale".

[45680] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 4
Ad quartum dicendum quod, sicut Augustinus dicit, XI super Gen. ad Litt., serpens dictus est astutus, vel callidus, sive prudens, propter astutiam Diaboli, quae in illo agebat dolum, sicut dicitur prudens vel astuta lingua quam prudens vel astutus movet ad aliquid prudenter vel astute suadendum. Neque etiam serpens verborum sonos intelligebat qui ex illo fiebant ad mulierem, neque enim conversa credenda est anima eius in naturam rationalem. Quandoquidem nec ipsi homines, quorum rationalis natura est, cum Daemon in eis loquitur, sciunt quid loquantur. Sic ergo locutus est serpens homini sicut asina in qua sedebat Balaam, locuta est homini, nisi quod illud fuit opus diabolicum, hoc angelicum. Unde serpens non est interrogatus cur hoc fecerit, quia non in sua natura ipse id fecerat, sed Diabolus in illo, qui iam ex peccato suo igni destinatus fuerat sempiterno. Quod autem serpenti dicitur, ad eum qui per serpentem operatus est, refertur. Et sicut Augustinus dicit, in libro super Gen. contra Manichaeos, nunc quidem eius poena, idest Diaboli, dicitur qua nobis cavendus est, non ea quae ultimo iudicio reservatur. Per hoc enim quod ei dicitur, maledictus es inter omnia animantia et bestias terrae, pecora illi praeponuntur, non in potestate, sed in conservatione naturae suae, quia pecora non amiserunt beatitudinem aliquam caelestem, quam nunquam habuerunt, sed in sua natura quam acceperunt, peragunt vitam. Dicitur etiam ei, pectore et ventre repes, secundum aliam litteram. Ubi nomine pectoris significatur superbia, quia ibi dominatur impetus animae, nomine autem ventris significatur carnale desiderium, quia haec pars mollior sentitur in corpore. His autem rebus serpit ad eos quos vult decipere. Quod autem dicitur, terram comedes cunctis diebus vitae tuae, duobus modis intelligi potest. Vel, ad te pertinebunt quos terrena cupiditate deceperis, idest peccatores, qui terrae nomine significantur. Vel tertium genus tentationis his verbis figuratur, quod est curiositas, terram enim qui manducat, profunda et tenebrosa penetrat. Per hoc autem quod inimicitiae ponuntur inter ipsum et mulierem, ostenditur non posse nos a Diabolo tentari nisi per illam animalem partem quae quasi mulieris imaginem in homine ostendit. Semen autem Diaboli est perversa suggestio, semen mulieris, fructus boni operis, quod perversae suggestioni resistit. Et ideo observat serpens plantam mulieris, ut, si quando in illicita illabitur, delectatio illam capiat, et illa observat caput eius, ut eum in ipso initio malae suasionis excludat.

 

[45680] IIª-IIae, q. 165 a. 2 ad 4
4. Come spiega S. Agostino, "il serpente è detto astuto, o prudente, per l'astuzia del demonio il quale voleva ingannare con esso: come si dice prudente o astuta la lingua che il prudente o l'astuto muove per suggerire qualche cosa con prudenza o con astuzia. Né il serpente capiva le parole che da lui venivano indirizzate alla donna: né si deve pensare che la sua anima sia diventata razionale. Ché anzi gli stessi uomini, la cui natura è razionale, quando parlano come ossessi dal demonio non comprendono quello che dicono. Perciò il serpente parlò all'uomo come l'asina di Balaam parlò al suo padrone: con la differenza che il primo fatto avvenne per opera del demonio, il secondo per opera di un angelo. Al serpente infatti non fu chiesto perché avesse fatto questo: poiché l'aveva fatto non lui in forza della sua natura, ma in lui il demonio, che per il suo peccato era già stato condannato al fuoco eterno. E le parole dette al serpente vanno riferite a chi in esso aveva agito.
E altrove il Santo aggiunge, che "la punizione del demonio, della quale ora si parla, è quella per cui noi dobbiamo guardarcene: non quella che sarà pronunziata nell'ultimo giudizio". Con quelle parole infatti: "Sarai maledetto fra tutti gli animali e bestie della terra", "egli è posto al di sotto delle bestie, non per le sue facoltà, ma per il decadimento della sua natura: poiché gli animali non hanno perduto nessuna beatitudine celeste, che non ebbero mai, ma continuano la loro vita nella natura che hanno ricevuto". - Contro di lui sono anche le parole che riscontriamo in altra versione (in quella greca dei Settanta): "Striscerai sul petto e sul ventre". "Col petto viene qui indicata la superbia, essendo racchiusi in esso gli impulsi dell'anima; e col termine ventre vengono indicati i desideri carnali, essendo questa la parte più molle del corpo. E con queste cose il demonio si insinua in chi vuole ingannare". - Le parole poi, "Mangerai terra tutti i giorni della tua vita", "si possono intendere in due maniere. O nel senso che ti apparterranno quelli che ingannerai con le cupidigie terrene, cioè i peccatori, indicati col termine terra. Oppure con queste parole viene adombrato il terzo genere della tentazione, che è la curiosità: infatti chi mangia la terra penetra cose profonde e tenebrose". - Con l'inimicizia, finalmente, tra lui e la donna, "si vuol dimostrare che noi possiamo essere tentati dal demonio solo per la parte animale, che nell'uomo è quasi un'immagine della donna. Il seme del demonio, dunque, sono le cattive suggestioni: il seme della donna i frutti delle opere buone, che resistono alle perverse suggestioni. Ecco perché il serpente insidia il piede della donna, in modo da ghermirla con la compiacenza, quando inciampa in cose illecite: ed essa insidia la testa di lui, per eliminare al primo apparire ogni cattiva suggestione".

Alla Questione precedente

 

Alla Questione successiva