II-II, 33

Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Prooemium

[40380] IIª-IIae q. 33 pr.
Deinde considerandum est de correctione fraterna. Et circa hoc quaeruntur octo.
Primo, utrum fraterna correctio sit actus caritatis.
Secundo, utrum sit sub praecepto.
Tertio, utrum hoc praeceptum extendat se ad omnes, vel solum in praelatis.
Quarto, utrum subditi teneantur ex hoc praecepto praelatos corrigere.
Quinto, utrum peccator possit corrigere.
Sexto, utrum aliquis debeat corrigi qui ex correctione fit deterior.
Septimo, utrum secreta correctio debeat praecedere denuntiationem.
Octavo, utrum testium inductio debeat praecedere denuntiationem.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Proemio

[40380] IIª-IIae q. 33 pr.
Passiamo ora a trattare della correzione fraterna. Sull'argomento si pongono otto quesiti:
1. Se la correzione fraterna sia un atto di carità;
2. Se sia di precetto;
3. Se questo precetto obblighi tutti, o soltanto i prelati;
4. Se i sudditi siano tenuti per questo precetto a correggere i superiori;
5. Se un peccatore possa correggere gli altri;
6. Se si debba correggere uno, che con la correzione diventa peggiore;
7. Se la pubblica denunzia debba essere preceduta dalla correzione segreta;
8. Se la denunzia debba essere preceduta dalla produzione di testimoni.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se la correzione fraterna sia un atto di carità


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 1

[40381] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 1
Ad primum sic proceditur. Videtur quod fraterna correctio non sit actus caritatis. Dicit enim Glossa Matth. XVIII, super illud, si peccaverit in te frater tuus, quod frater est arguendus ex zelo iustitiae. Sed iustitia est virtus distincta a caritate. Ergo correctio fraterna non est actus caritatis, sed iustitiae.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 1

[40381] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 1
SEMBRA che la correzione fraterna non sia un atto di carità. Infatti:
1. Nel commentare quel passo evangelico: "Se il tuo fratello pecca contro di te...", la Glossa afferma, che il fratello va rimproverato "per lo zelo della giustizia". Ma la giustizia è una virtù diversa dalla carità. Dunque la correzione fraterna non è un atto di carità, ma di giustizia.

[40382] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 2
Praeterea, correctio fraterna fit per secretam admonitionem. Sed admonitio est consilium quoddam, quod pertinet ad prudentiam, prudentis enim est esse bene consiliativum, ut dicitur in VI Ethic. Ergo fraterna correctio non est actus caritatis, sed prudentiae.

 

[40382] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 2
2. La correzione fraterna viene fatta con un'ammonizione segreta. Ora, l'ammonizione è un consiglio, e questo appartiene alla prudenza: poiché a detta di Aristotele è proprio del prudente "esser pronto a dare buoni consigli". Perciò la correzione fraterna non è un atto di carità, ma di prudenza.

[40383] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 3
Praeterea, contrarii actus non pertinent ad eandem virtutem. Sed supportare peccantem est actus caritatis, secundum illud ad Gal. VI, alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi, quae est lex caritatis. Ergo videtur quod corrigere fratrem peccantem, quod est contrarium supportationi, non sit actus caritatis.

 

[40383] IIª-IIae q. 33 a. 1 arg. 3
3. Atti contrari non appartengono a una medesima virtù. Ora, sopportare chi pecca è un atto di carità, come risulta dalle parole di S. Paolo: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo", che è la legge della carità. Quindi correggere il fratello che pecca, essendo il contrario della sopportazione, non è un atto di carità.

[40384] IIª-IIae q. 33 a. 1 s. c.
Sed contra, corripere delinquentem est quaedam eleemosyna spiritualis. Sed eleemosyna est actus caritatis, ut supra dictum est. Ergo et correctio fraterna est actus caritatis.

 

[40384] IIª-IIae q. 33 a. 1 s. c.
IN CONTRARIO: Correggere chi sbaglia è un'elemosina spirituale. Ma l'elemosina, come abbiamo visto, è un atto di carità. Dunque anche la correzione fraterna è un atto di carità.

[40385] IIª-IIae q. 33 a. 1 co.
Respondeo dicendum quod correctio delinquentis est quoddam remedium quod debet adhiberi contra peccatum alicuius. Peccatum autem alicuius dupliciter considerari potest, uno quidem modo, inquantum est nocivum ei qui peccat; alio modo, inquantum vergit in nocumentum aliorum, qui ex eius peccato laeduntur vel scandalizantur; et etiam inquantum est in nocumentum boni communis, cuius iustitia per peccatum hominis perturbatur. Duplex ergo est correctio delinquentis. Una quidem quae adhibet remedium peccato inquantum est quoddam malum ipsius peccantis, et ista est proprie fraterna correctio, quae ordinatur ad emendationem delinquentis. Removere autem malum alicuius eiusdem rationis est et bonum eius procurare. Procurare autem fratris bonum pertinet ad caritatem, per quam volumus et operamur bonum amico. Unde etiam correctio fraterna est actus caritatis, quia per eam repellimus malum fratris, scilicet peccatum. Cuius remotio magis pertinet ad caritatem quam etiam remotio exterioris damni, vel etiam corporalis nocumenti, quanto contrarium bonum virtutis magis est affine caritati quam bonum corporis vel exteriorum rerum. Unde correctio fraterna magis est actus caritatis quam curatio infirmitatis corporalis, vel subventio qua excluditur exterior egestas. Alia vero correctio est quae adhibet remedium peccati delinquentis secundum quod est in malum aliorum, et etiam praecipue in nocumentum communis boni. Et talis correctio est actus iustitiae, cuius est conservare rectitudinem iustitiae unius ad alium.

 

[40385] IIª-IIae q. 33 a. 1 co.
RISPONDO: La correzione di chi sbaglia è un rimedio da usarsi contro il peccato altrui. Ora, questo peccato si può considerare sotto due aspetti: primo, in quanto è nocivo a chi lo compie; secondo, in quanto è nocivo per gli altri, che ne vengono lesi o scandalizzati; oppure in quanto compromette il bene comune, la cui giustizia viene turbata dal peccato. Perciò ci sono due modi di correggere il peccatore. Il primo che applica un rimedio al peccato in quanto questo è un male di chi pecca: e questa propriamente è la correzione fraterna, ordinata all'emenda del colpevole. Ora, togliere il male di una persona equivale a procurarle il bene. Ma procurare il bene del proprio fratello appartiene alla carità, con la quale vogliamo e facciamo del bene agli amici. Dunque la correzione fraterna è un atto di carità: perché con essa combattiamo il male del fratello, cioè il peccato. E questo appartiene alla carità più della eliminazione di qualsiasi danno esterno, e di qualsiasi malanno corporale: cioè quanto il bene corrispettivo della virtù è più affine alla carità che il bene del corpo o delle cose esterne. Perciò la correzione fraterna è un atto di carità superiore alla cura delle malattie del corpo, e alle elemosine che tolgono la miseria esteriore. - C'è invece una seconda correzione la quale usa un rimedio al peccato del colpevole in quanto male altrui, e specialmente in quanto nuoce al bene comune. E tale correzione è un atto di giustizia, la quale ha il compito di custodire la rettitudine dell'onestà nei rapporti reciproci.

[40386] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod Glossa illa loquitur de secunda correctione, quae est actus iustitiae. Vel, si loquatur etiam de prima, iustitia ibi sumitur secundum quod est universalis virtus, ut infra dicetur, prout etiam omne peccatum est iniquitas, ut dicitur I Ioan. III, quasi contra iustitiam existens.

 

[40386] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel commento parla della seconda correzione, che è un atto di giustizia. - Oppure, se parla della prima, giustizia là va presa quale virtù in generale, come vedremo: cioè nel senso in cui "ogni peccato è un'ingiustizia", a detta di S. Giovanni, perché contrario alla giustizia.

[40387] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut philosophus dicit, in VI Ethic., prudentia facit rectitudinem in his quae sunt ad finem, de quibus est consilium et electio. Tamen cum per prudentiam aliquid recte agimus ad finem alicuius virtutis moralis, puta temperantiae vel fortitudinis, actus ille est principaliter illius virtutis ad cuius finem ordinatur. Quia ergo admonitio quae fit in correctione fraterna ordinatur ad amovendum peccatum fratris, quod pertinet ad caritatem; manifestum est quod talis admonitio principaliter est actus caritatis, quasi imperantis, prudentiae vero secundario, quasi exequentis et dirigentis actum.

 

[40387] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 2
2. Come il Filosofo spiega, "la prudenza rende retti i mezzi ordinati al fine", dei quali si occupa il consiglio e l'elezione. Tuttavia, siccome con la prudenza si agisce con rettitudine in ordine al fine di determinate virtù morali, come la temperanza o la fortezza, codesti atti appartengono principalmente alla virtù di cui perseguono il fine. E poiché l'ammonizione che si fa nella correzione fraterna è ordinata a togliere il peccato dal proprio fratello, il che appartiene alla carità, è evidente che codesta ammonizione è principalmente un atto di carità, in quanto questa lo comanda, mentre appartiene alla prudenza in modo secondario, perché esecutrice e regolatrice di esso.

[40388] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 3
Ad tertium dicendum quod correctio fraterna non opponitur supportationi infirmorum, sed magis ex ea consequitur. Intantum enim aliquis supportat peccantem inquantum contra eum non turbatur, sed benevolentiam ad eum servat. Et ex hoc contingit quod eum satagit emendare.

 

[40388] IIª-IIae q. 33 a. 1 ad 3
3. La correzione fraterna non è contraria alla sopportazione dei deboli, ma piuttosto deriva da essa. Infatti uno in tanto sopporta il colpevole, in quanto non si turba contro di lui, ma conserva per lui della benevolenza. E da questo nasce il tentativo di condurlo ad emendarsi.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se la correzione fraterna sia di precetto


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 2

[40389] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 1
Ad secundum sic proceditur. Videtur quod correctio fraterna non sit in praecepto. Nihil enim quod est impossibile cadit sub praecepto, secundum illud Hieronymi, maledictus qui dicit Deum aliquid impossibile praecepisse. Sed Eccle. VII dicitur, considera opera Dei, quod nemo possit corrigere quem ille despexerit. Ergo correctio fraterna non est in praecepto.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 2

[40389] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 1
SEMBRA che la correzione fraterna non sia di precetto. Infatti:
1. Ciò che è impossibile non può mai essere di precetto, come si rileva dalle parole di S. Girolamo: "Maledetto chi dice che Dio ha comandato qualche cosa d'impossibile". Ora, nella Scrittura si legge: "Considera le opere di Dio, come nessuno possa correggere ciò che egli dispregiò". Dunque la correzione fraterna non è di precetto.

[40390] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 2
Praeterea, omnia praecepta legis divinae ad praecepta Decalogi reducuntur. Sed correctio fraterna non cadit sub aliquo praeceptorum Decalogi. Ergo non cadit sub praecepto.

 

[40390] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 2
2. Tutti i precetti della legge divina si riducono a quelli del decalogo. Ma la correzione fraterna non ricade in nessuno dei precetti del decalogo. Quindi non è di precetto.

[40391] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 3
Praeterea, omissio praecepti divini est peccatum mortale, quod in sanctis viris non invenitur. Sed omissio fraternae correctionis invenitur in sanctis et in spiritualibus viris, dicit enim Augustinus, I de Civ. Dei, quod non solum inferiores, verum etiam hi qui superiorem vitae gradum tenent ab aliorum reprehensione se abstinent, propter quaedam cupiditatis vincula, non propter officia caritatis. Ergo correctio fraterna non est in praecepto.

 

[40391] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 3
3. L'omissione di un precetto divino è peccato mortale, e questo non può trovarsi nei santi. Invece l'omissione della correzione fraterna si riscontra anche nei santi e nelle persone spirituali. Infatti S. Agostino afferma, che "non soltanto i deboli, ma anche coloro che sono nei gradi superiori della vita si astengono dal riprendere gli altri per certi attaccamenti dell'amor proprio, e non per dovere di carità". Perciò la correzione fraterna non è di precetto.

[40392] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 4
Praeterea, illud quod est in praecepto habet rationem debiti. Si ergo correctio fraterna caderet sub praecepto, hoc fratribus deberemus ut eos peccantes corrigeremus. Sed ille qui debet alicui debitum corporale, puta pecuniam, non debet esse contentus ut ei occurrat creditor, sed debet eum quaerere ut debitum reddat. Oporteret ergo quod homo quaereret correctione indigentes ad hoc quod eos corrigeret. Quod videtur inconveniens, tum propter multitudinem peccantium, ad quorum correctionem unus homo non posset sufficere; tum etiam quia oporteret quod religiosi de claustris suis exirent ad homines corrigendos, quod est inconveniens. Non ergo fraterna correctio est in praecepto.

 

[40392] IIª-IIae q. 33 a. 2 arg. 4
4. Ciò che è di precetto ha l'aspetto di cosa dovuta. Perciò se la correzione fraterna fosse di precetto, noi si sarebbe in debito coi fratelli che peccano di curarne la correzione. Ma chi ha un debito materiale, mettiamo di danaro, non può contentarsi di aspettare il creditore, ma deve ricercarlo per rendere il suo debito. Dunque bisognerebbe che uno cercasse quelli che hanno bisogno di essere corretti. E questo non è ammissibile: sia per la moltitudine dei colpevoli, cui un solo uomo non sarebbe capace di soddisfare; sia perché allora bisognerebbe che i religiosi uscissero dai loro chiostri per correggere la gente, il che non è da pensarsi. Dunque la correzione fraterna non è di precetto.

[40393] IIª-IIae q. 33 a. 2 s. c.
Sed contra est quod Augustinus dicit, in libro de Verb. Dom., si neglexeris corrigere, peior eo factus es qui peccavit. Sed hoc non esset nisi per huiusmodi negligentiam aliquis praeceptum omitteret. Ergo correctio fraterna est in praecepto.

 

[40393] IIª-IIae q. 33 a. 2 s. c.
IN CONTRARIO: S. Agostino ammonisce: "Se trascuri di correggere, diventi peggiore di chi ha peccato". Ma questo non avverrebbe, se uno con tale negligenza non trascurasse un precetto. Dunque la correzione fraterna è di precetto.

[40394] IIª-IIae q. 33 a. 2 co.
Respondeo dicendum quod correctio fraterna cadit sub praecepto. Sed considerandum est quod sicut praecepta negativa legis prohibent actus peccatorum, ita praecepta affirmativa inducunt ad actus virtutum. Actus autem peccatorum sunt secundum se mali, et nullo modo bene fieri possunt, nec aliquo tempore aut loco, quia secundum se sunt coniuncti malo fini, ut dicitur in II Ethic. Et ideo praecepta negativa obligant semper et ad semper. Sed actus virtutum non quolibet modo fieri debent, sed observatis debitis circumstantiis quae requiruntur ad hoc quod sit actus virtuosus, ut scilicet fiat ubi debet, et quando debet, et secundum quod debet. Et quia dispositio eorum quae sunt ad finem attenditur secundum rationem finis, in istis circumstantiis virtuosi actus praecipue attendenda est ratio finis, qui est bonum virtutis. Si ergo sit aliqua talis omissio alicuius circumstantiae circa virtuosum actum quae totaliter tollat bonum virtutis, hoc contrariatur praecepto. Si autem sit defectus alicuius circumstantiae quae non totaliter tollat virtutem, licet non perfecte attingat ad bonum virtutis, non est contra praeceptum. Unde et philosophus dicit, in II Ethic., quod si parum discedatur a medio, non est contra virtutem, sed si multum discedatur, corrumpitur virtus in suo actu. Correctio autem fraterna ordinatur ad fratris emendationem. Et ideo hoc modo cadit sub praecepto, secundum quod est necessaria ad istum finem, non autem ita quod quolibet loco vel tempore frater delinquens corrigatur.

 

[40394] IIª-IIae q. 33 a. 2 co.
RISPONDO: La correzione fraterna è di precetto. Si deve però notare che mentre i precetti negativi della legge proibiscono gli atti peccaminosi, i precetti affermativi inducono ad atti di virtù. Ma gli atti peccaminosi sono cattivi per se stessi, e non possono esser buoni in nessuna maniera, in nessun luogo e in nessun tempo: poiché sono legati per se stessi a un fine cattivo, come dice Aristotele. Ecco perché i precetti negativi obbligano sempre e in tutti i casi. Gli atti virtuosi, invece, non sono da farsi in un modo qualsiasi, ma osservando le debite circostanze richieste per farne degli atti virtuosi: cioè facendoli dove si deve, quando si deve, e come si deve. E poiché le disposizioni dei mezzi dipendono dal fine, tra le circostanze degli atti virtuosi si deve tener presente specialmente il fine, che è il bene della virtù. Perciò se c'è l'omissione di una circostanza relativa all'atto virtuoso, la quale elimina totalmente il bene della virtù, l'atto è contrario al precetto. Se invece viene a mancare una circostanza la quale non toglie del tutto la virtù, sebbene non raggiunga la perfezione di essa, l'atto non è contrario al precetto. Ecco perché il Filosofo afferma, che se ci si allontana di poco dal giusto mezzo, non siamo contro la virtù: se invece ci si allontana di molto, si distrugge la virtù nel proprio atto. Ora, la correzione fraterna è ordinata all'emendazione dei fratelli. Perciò essa è di precetto in quanto è necessaria a codesto fine: non già nel senso che si debba correggere il fratello che sbaglia in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.

[40395] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod in omnibus bonis agendis operatio hominis non est efficax nisi adsit auxilium divinum, et tamen homo debet facere quod in se est. Unde Augustinus dicit, in libro de Corr. et Grat., nescientes quis pertineat ad praedestinatorum numerum et quis non pertineat, sic affici debemus caritatis affectu ut omnes velimus salvos fieri. Et ideo omnibus debemus fraternae correctionis officium impendere sub spe divini auxilii.

 

[40395] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In tutte le opere buone l'azione umana non è efficace, senza l'aiuto di Dio: tuttavia l'uomo deve fare quanto sta in lui. Di qui l'ammonizione di S. Agostino: "Non sapendo noi chi appartiene al numero dei predestinati, dobbiamo avere tanto affetto di carità, da volere che tutti si salvino". Perciò dobbiamo offrire a tutti la correzione fraterna, sperando nell'aiuto di Dio.

[40396] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut supra dictum est, omnia praecepta quae pertinent ad impendendum aliquod beneficium proximo reducuntur ad praeceptum de honoratione parentum.

 

[40396] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 2
2. Come sopra abbiamo visto, tutti i precetti ordinati a prestare qualche beneficio al prossimo si riducono al precetto che comanda di onorare i genitori.

[40397] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 3
Ad tertium dicendum quod correctio fraterna tripliciter omitti potest. Uno quidem modo, meritorie, quando ex caritate aliquis correctionem omittit. Dicit enim Augustinus, in I de Civ. Dei, si propterea quisque obiurgandis et corripiendis male agentibus parcit, quia opportunius tempus inquiritur; vel eisdem ipsis metuit ne deteriores ex hoc efficiantur, vel ad bonam vitam et piam erudiendos impediant alios infirmos et premant, atque avertant a fide; non videtur esse cupiditatis occasio, sed consilium caritatis. Alio modo praetermittitur fraterna correctio cum peccato mortali, quando scilicet formidatur, ut ibi dicitur, iudicium vulgi et carnis excruciatio vel peremptio; dum tamen haec ita dominentur in animo quod fraternae caritati praeponantur. Et hoc videtur contingere quando aliquis praesumit de aliquo delinquente probabiliter quod posset eum a peccato retrahere, et tamen propter timorem vel cupiditatem praetermittit. Tertio modo huiusmodi omissio est peccatum veniale, quando timor et cupiditas tardiorem faciunt hominem ad corrigendum delicta fratris, non tamen ita quod, si ei constaret quod fratrem posset a peccato retrahere, propter timorem vel cupiditatem dimitteret, quibus in animo suo praeponit caritatem fraternam. Et hoc modo quandoque viri sancti negligunt corrigere delinquentes.

 

[40397] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 3
3. La correzione fraterna può essere omessa in tre modi. Primo, in maniera meritoria: quando uno la lascia per motivi di carità. Scrive infatti S. Agostino: "Se uno lascia di rimproverare e di correggere i peccatori perché aspetta un momento più opportuno; oppure per paura che diventino peggiori, o che impediscano la formazione di altri nella via del bene e della pietà, e facciano pressione sui deboli e li allontanino dalla fede, non sembra che ci sia allora un motivo di amor proprio, ma di carità". - Secondo, l'omissione della correzione fraterna può coincidere col peccato mortale: quando cioè, come dice S. Agostino, "si ha paura del giudizio del volgo, o dell'uccisione, o delle percosse"; quando però questa paura domina tanto nell'anima da sopraffare la carità fraterna. E questo avviene quando uno pensa di poter ritrarre, con ogni probabilità, dalla colpa un peccatore, e tuttavia trascura di farlo per timore, o per egoismo. - Terzo, questa omissione può essere un peccato veniale: quando il timore e l'egoismo rendono l'uomo restio alla correzione fraterna; però non da trascurarla per timore o per egoismo, ai quali in cuor suo prepone la carità fraterna, quando è persuaso di poter così ritrarre il proprio fratello dal peccato. E in questo modo talora anche gli uomini di santa vita trascurano di correggere i colpevoli.

[40398] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 4
Ad quartum dicendum quod illud quod debetur alicui determinatae et certae personae, sive sit bonum corporale sive spirituale, oportet quod ei impendamus non expectantes quod nobis occurrat, sed debitam sollicitudinem habentes ut eum inquiramus. Unde sicut ille qui debet pecuniam creditori debet eum requirere cum tempus fuerit ut ei debitum reddat, ita qui habet spiritualiter curam alicuius debet eum quaerere ad hoc quod eum corrigat de peccato. Sed illa beneficia quae non debentur certae personae sed communiter omnibus proximis, sive sint corporalia sive spiritualia, non oportet nos quaerere quibus impendamus, sed sufficit quod impendamus eis qui nobis occurrunt, hoc enim quasi pro quadam sorte habendum est, ut Augustinus dicit, in I de Doct. Christ. Et propter hoc dicit, in libro de Verb. Dom., quod admonet nos dominus noster non negligere invicem peccata nostra, non quaerendo quid reprehendas, sed videndo quid corrigas. Alioquin efficeremur exploratores vitae aliorum, contra id quod dicitur Prov. XXIV, ne quaeras impietatem in domo iusti, et non vastes requiem eius. Unde patet quod nec religiosos oportet exire claustrum ad corrigendum delinquentes.

 

[40398] IIª-IIae q. 33 a. 2 ad 4
4. Ciò che è dovuto a una persona ben determinata, sia esso un bene materiale o spirituale, siamo tenuti a offrirlo senza aspettare che essa venga a chiederlo, ma è nostro dovere essere solleciti nel ricercarlo. Perciò, come il debitore è tenuto a cercare il creditore quando scade il tempo di restituire il debito, così chi ha la cura spirituale di qualcuno deve cercarlo per correggerlo dei suoi peccati. Invece per le opere buone, corporali o spirituali, che non sono dovute a persone determinate, bensì al prossimo in generale, non è necessario cercare quelli che ne hanno bisogno, ma basta esercitarle su quelli che si presentano: poiché, come dice S. Agostino, questo si deve considerare "come una specie di sorte". Per questo altrove egli dice, che il "Signore ci avverte di non trascurare reciprocamente i nostri peccati, non già ricercando i difetti da riprendere, ma osservando ciò che puoi correggere". Altrimenti diventeremmo investigatori dell'altrui condotta, contro l'ammonimento della Scrittura: "Non cercare l'empietà nella casa del giusto, e non turbare la sua quiete". - Perciò è evidente non essere necessario che i religiosi escano dai chiostri per correggere i peccatori.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se la correzione fraterna spetti solo ai prelati


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 3

[40399] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 1
Ad tertium sic proceditur. Videtur quod correctio fraterna non pertineat nisi ad praelatos. Dicit enim Hieronymus, sacerdotes studeant illud Evangelii implere, si peccaverit in te frater tuus, et cetera. Sed nomine sacerdotum consueverunt significari praelati, qui habent curam aliorum. Ergo videtur quod ad solos praelatos pertineat fraterna correctio.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 3

[40399] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 1
SEMBRA che la correzione fraterna non spetti che ai prelati. Infatti:
1. S. Girolamo scrive: "I sacerdoti cerchino di osservare quelle parole evangeliche: "Se il tuo fratello pecca contro di te, ecc."". Ora, col termine sacerdoti si usava indicare i prelati, che hanno la cura spirituale degli altri. Perciò ai soli prelati spetta la correzione fraterna.

[40400] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 2
Praeterea, fraterna correctio est quaedam eleemosyna spiritualis. Sed corporalem eleemosynam facere pertinet ad eos qui sunt superiores in temporalibus, scilicet ad ditiores. Ergo etiam fraterna correctio pertinet ad eos qui sunt superiores in spiritualibus, scilicet ad praelatos.

 

[40400] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 2
2. La correzione fraterna è un'elemosina spirituale. Ma fare l'elemosina materiale spetta a quelli che sono superiori nelle cose temporali, cioè ai più ricchi. Quindi anche la correzione fraterna spetta a coloro che sono superiori nelle cose spirituali, cioè ai prelati.

[40401] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 3
Praeterea, ille qui corripit alium movet eum sua admonitione ad melius. Sed in rebus naturalibus inferiora moventur a superioribus. Ergo etiam secundum ordinem virtutis, qui sequitur ordinem naturae, ad solos praelatos pertinet inferiores corrigere.

 

[40401] IIª-IIae q. 33 a. 3 arg. 3
3. Chi corregge, smuove un altro con la sua ammonizione. Ora, tra gli esseri fisici, o naturali, i corpi inferiori sono mossi da quelli superiori. Dunque anche nell'ordine della virtù, il quale segue l'ordine della natura, soltanto ai prelati spetta correggere gli inferiori.

[40402] IIª-IIae q. 33 a. 3 s. c.
Sed contra est quod dicitur XXIV, qu. III, tam sacerdotes quam reliqui fideles omnes summam debent habere curam de his qui pereunt, quatenus eorum redargutione aut corrigantur a peccatis, aut, si incorrigibiles appareant, ab Ecclesia separentur.

 

[40402] IIª-IIae q. 33 a. 3 s. c.
IN CONTRARIO: Nel Decreto di Graziano si legge: "Tanto i sacerdoti che tutti gli altri fedeli devono avere somma cura di coloro che si perdono, in modo che con i loro rimproveri, o li correggano dei peccati, oppure, se si mostrano incorreggibili, vengano separati dalla Chiesa".

[40403] IIª-IIae q. 33 a. 3 co.
Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, duplex est correctio. Una quidem quae est actus caritatis, qui specialiter tendit ad emendationem fratris delinquentis per simplicem admonitionem. Et talis correctio pertinet ad quemlibet caritatem habentem, sive sit subditus sive praelatus. Est autem alia correctio quae est actus iustitiae, per quam intenditur bonum commune, quod non solum procuratur per admonitionem fratris, sed interdum etiam per punitionem, ut alii a peccato timentes desistant. Et talis correctio pertinet ad solos praelatos, qui non solum habent admonere, sed etiam corrigere puniendo.

 

[40403] IIª-IIae q. 33 a. 3 co.
RISPONDO: Come abbiamo già visto, ci sono due tipi di correzione. La prima, che è un atto di carità, e che tende principalmente ad emendare il fratello colpevole mediante la semplice ammonizione. E tale correzione spetta a chiunque abbia la carità, sia egli suddito o prelato. - C'è poi una seconda correzione che è un atto di giustizia, nella quale si ha di mira il bene comune, che viene procurato non soltanto mediante l'ammonizione, ma talora anche con la punizione, perché gli altri dal timore siano distolti dalla colpa. E questa correzione spetta ai soli prelati, i quali hanno il compito non soltanto di ammonire, ma anche di correggere con la punizione.

[40404] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod etiam in correctione fraterna, quae ad omnes pertinet, gravior est cura praelatorum; ut dicit Augustinus, in I de Civ. Dei. Sicut enim temporalia beneficia potius debet aliquis exhibere illis quorum curam temporalem habet, ita etiam beneficia spiritualia, puta correctionem, doctrinam et alia huiusmodi magis debet exhibere illis qui sunt suae spirituali curae commissi. Non ergo intendit Hieronymus dicere quod ad solos sacerdotes pertineat praeceptum de correctione fraterna, sed quod ad hos specialiter pertinet.

 

[40404] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche nella correzione fraterna, che interessa tutti, il dovere dei prelati è più grave, come nota S. Agostino. Infatti come uno è tenuto di più a beneficare materialmente coloro che sono affidati alle sue cure temporali, così è tenuto di più a beneficare spiritualmente, con la correzione, con l'insegnamento, ecc., quelli che sono affidati alle sue cure spirituali. Perciò S. Girolamo non intende dire che il precetto della correzione fraterna interessa soltanto i sacerdoti; ma che li interessa in maniera speciale.

[40405] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 2
Ad secundum dicendum quod sicut ille qui habet unde corporaliter subvenire possit quantum ad hoc dives est, ita ille qui habet sanum rationis iudicium, ex quo possit alterius delictum corrigere quantum ad hoc est superior habendus.

 

[40405] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 2
2. Come chi è in grado di soccorrere materialmente è relativamente ricco, così chi conserva sano il giudizio della ragione, in modo da poter correggere l'altrui peccato, in questo è da considerarsi superiore.

[40406] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 3
Ad tertium dicendum quod etiam in rebus naturalibus quaedam mutuo in se agunt, quia quantum ad aliquid sunt se invicem superiora, prout scilicet utrumque est quodammodo in potentia et quodammodo in actu respectu alterius. Et similiter aliquis, inquantum habet sanum rationis iudicium in hoc in quo alter delinquit, potest eum corrigere, licet non sit simpliciter superior.

 

[40406] IIª-IIae q. 33 a. 3 ad 3
3. Anche tra gli esseri fisici, o naturali, alcuni esercitano influssi reciproci, in forza di una superiorità scambievole: cioè per il fatto che ciascuno di essi in qualche modo è in atto, e in qualche modo in potenza rispetto all'altro. Parimente, una persona, in quanto ha conservato sano il giudizio della ragione rispetto alla cosa in cui un altro sbaglia, è in grado di correggerlo, sebbene non sia superiore a lui in modo assoluto.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se un suddito sia tenuto a correggere il suo prelato


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 4

[40407] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 1
Ad quartum sic proceditur. Videtur quod aliquis non teneatur corrigere praelatum suum. Dicitur enim Exod. XIX, bestia quae tetigerit montem lapidabitur, et II Reg. VI dicitur quod Oza percussus est a domino quia tetigit arcam. Sed per montem et arcam significatur praelatus. Ergo praelati non sunt corrigendi a subditis.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 4

[40407] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 1
SEMBRA che un suddito non sia tenuto a correggere il suo prelato. Infatti:
1. Sta scritto: "L'animale che toccherà il monte sarà lapidato"; e nel libro dei Re si legge che Oza fu percosso dal Signore, perché aveva toccato l'arca. Ora, il monte e l'arca raffigurano i prelati. Dunque i prelati non devono essere corretti dai sudditi.

[40408] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 2
Praeterea, Gal. II, super illud, in faciem ei restiti, dicit Glossa, ut par. Ergo, cum subditus non sit par praelato, non debet eum corrigere.

 

[40408] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 2
2. All'affermazione di S. Paolo: "Gli resistei in faccia", la Glossa aggiunge: "come pari". Perciò, siccome un suddito non è pari al suo prelato, non deve correggerlo.

[40409] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 3
Praeterea, Gregorius dicit, sanctorum vitam corrigere non praesumat nisi qui de se meliora sentit. Sed aliquis non debet de se meliora sentire quam de praelato suo. Ergo praelati non sunt corrigendi.

 

[40409] IIª-IIae q. 33 a. 4 arg. 3
3. S. Gregorio afferma: "Non presuma di correggere la vita dei santi se non chi si stima migliore di essi". Ma nessuno deve stimarsi migliore del proprio prelato. Dunque i prelati non vanno mai corretti.

[40410] IIª-IIae q. 33 a. 4 s. c.
Sed contra est quod Augustinus dicit, in regula, non solum vestri, sed etiam ipsius, idest praelati, miseremini, qui inter vos quanto in loco superiore, tanto in periculo maiore versatur. Sed correctio fraterna est opus misericordiae. Ergo etiam praelati sunt corrigendi.

 

[40410] IIª-IIae q. 33 a. 4 s. c.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto nella Regola: "Non di voi soltanto, ma anche di lui", cioè del prelato, "abbiate misericordia, che quanto si trova in un posto più alto, tanto si trova in maggiore pericolo". Ora, la correzione fraterna è un'opera di misericordia. Quindi vanno corretti anche i prelati.

[40411] IIª-IIae q. 33 a. 4 co.
Respondeo dicendum quod correctio quae est actus iustitiae per coercionem poenae non competit subditis respectu praelati. Sed correctio fraterna, quae est actus caritatis, pertinet ad unumquemque respectu cuiuslibet personae ad quam caritatem debet habere, si in eo aliquid corrigibile inveniatur. Actus enim ex aliquo habitu vel potentia procedens se extendit ad omnia quae continentur sub obiecto illius potentiae vel habitus, sicut visio ad omnia quae continentur sub obiecto visus. Sed quia actus virtuosus debet esse moderatus debitis circumstantiis, ideo in correctione qua subditi corrigunt praelatos debet modus congruus adhiberi, ut scilicet non cum protervia et duritia, sed cum mansuetudine et reverentia corrigantur. Unde apostolus dicit, I ad Tim. V, seniorem ne increpaveris, sed obsecra ut patrem. Et ideo Dionysius redarguit Demophilum monachum quia sacerdotem irreverenter correxerat, eum percutiens et de Ecclesia eiiciens.

 

[40411] IIª-IIae q. 33 a. 4 co.
RISPONDO: Non spetta ai sudditi nei riguardi del loro prelato la correzione che è, mediante la coercizione della pena, un atto di giustizia. Ma la correzione fraterna che è un atto di carità spetta a tutti nei riguardi di qualunque persona, verso la quale siamo tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualche cosa da correggere. Infatti l'atto che deriva da un abito o da una facoltà abbraccia tutte le cose che sono contenute sotto l'oggetto di codesto abito o potenza: la percezione visiva, p. es., abbraccia tutte le cose colorate contenute sotto l'oggetto della vista.
Siccome però l'atto virtuoso deve essere moderato dalle debite circostanze, nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori si deve rispettare il debito modo: essa cioè non va fatta con insolenza né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto. Ecco perché l'Apostolo ammonisce: "Non rimproverare l'uomo anziano, ma rivolgigli la tua esortazione come a un padre"; e Dionigi rimprovera il monaco Demofilo, perché aveva corretto senza rispetto un sacerdote, percuotendolo e cacciandolo dalla chiesa.

[40412] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod tunc praelatus inordinate tangi videtur quando irreverenter obiurgatur, vel etiam quando ei detrahitur. Et hoc significatur per contactum montis et arcae damnatum a Deo.

 

[40412] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si tocca colpevolmente il prelato quando si rimprovera senza rispetto, oppure quando si sparla di lui. E ciò viene raffigurato dal contatto del monte e dell'arca riprovato da Dio.

[40413] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 2
Ad secundum dicendum quod in faciem resistere coram omnibus excedit modum fraternae correctionis, et ideo sic Paulus Petrum non reprehendisset nisi aliquo modo par esset, quantum ad fidei defensionem. Sed in occulto admonere et reverenter, hoc potest etiam ille qui non est par. Unde apostolus, ad Coloss. ult., scribit ut praelatum suum admoneant, cum dicit, dicite Archippo, ministerium tuum imple. Sciendum tamen est quod ubi immineret periculum fidei, etiam publice essent praelati a subditis arguendi. Unde et Paulus, qui erat subditus Petro, propter imminens periculum scandali circa fidem, Petrum publice arguit. Et sicut Glossa Augustini dicit, ad Gal. II, ipse Petrus exemplum maioribus praebuit ut, sicubi forte rectum tramitem reliquissent, non dedignentur etiam a posterioribus corrigi.

 

[40413] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 2
2. "Resistere in faccia davanti a tutti" passa la misura della correzione fraterna: perciò S. Paolo non avrebbe così ripreso S. Pietro, se in qualche modo non fosse stato suo pari rispetto alla difesa della fede. Ma ammonire in segreto e con rispetto può farlo anche chi non è pari. Perciò l'Apostolo scriveva ai Colossesi di ammonire il loro prelato, dicendo: "Dite ad Archippo: Adempi il tuo ministero".
Si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede, lo rimproverò pubblicamente. E S. Agostino commenta: "Pietro stesso diede l'esempio ai superiori, di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita di allontanarsi dalla giusta via".

[40414] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 3
Ad tertium dicendum quod praesumere se esse simpliciter meliorem quam praelatus sit, videtur esse praesumptuosae superbiae. Sed aestimare se meliorem quantum ad aliquid non est praesumptionis, quia nullus est in hac vita qui non habeat aliquem defectum. Et etiam considerandum est quod cum aliquis praelatum caritative monet, non propter hoc se maiorem existimat, sed auxilium impartitur ei qui, quanto in loco superiori, tanto in periculo maiori versatur, ut Augustinus dicit, in regula.

 

[40414] IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 3
3. Presumere di essere in modo assoluto migliore del proprio prelato è un atto di presuntuosa superbia. Ma stimarsi migliore in qualche cosa non è presunzione: poiché nessuno in questa vita è senza qualche difetto. - Si deve anche notare che quando un suddito ammonisce con carità il suo prelato, non per questo si stima da più di lui: ma offre un aiuto a colui che, a detta di S. Agostino, "quanto si trova più in alto, tanto si trova in più grave pericolo".




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se un peccatore sia tenuto a correggere i colpevoli


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 5

[40415] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 1
Ad quintum sic proceditur. Videtur quod peccator corrigere debeat delinquentem. Nullus enim propter peccatum quod commisit a praecepto observando excusatur. Sed correctio fraterna cadit sub praecepto, ut dictum est. Ergo videtur quod propter peccatum quod quis commisit non debeat praetermittere huiusmodi correctionem.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 5

[40415] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 1
SEMBRA che un peccatore sia tenuto a correggere i colpevoli. Infatti:
1. Nessuno è dispensato dall'osservanza di un precetto, per il fatto che ha commesso un peccato. Ma la correzione fraterna, come abbiamo visto, è di precetto. Quindi per il peccato che uno ha commesso non deve trascurare questa correzione.

[40416] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 2
Praeterea, eleemosyna spiritualis est potior quam eleemosyna corporalis. Sed ille qui est in peccato non debet abstinere quin eleemosynam corporalem faciat. Ergo multo minus debet abstinere a correctione delinquentis propter peccatum praecedens.

 

[40416] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 2
2. L'elemosina spirituale vale più dell'elemosina materiale. Ora, chi è in peccato non si deve astenere dal fare l'elemosina materiale. Molto meno, dunque, deve astenersi dal correggere i colpevoli per un peccato commesso in precedenza.

[40417] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 3
Praeterea, I Ioan. I dicitur, si dixerimus quia peccatum non habemus, nosipsos seducimus. Si igitur propter peccatum aliquis impeditur a correctione fraterna, nullus erit qui possit corrigere delinquentem. Hoc autem est inconveniens. Ergo et primum.

 

[40417] IIª-IIae q. 33 a. 5 arg. 3
3. Sta scritto: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". Perciò se il peccato impedisse di fare la correzione fraterna, nessuno sarebbe in grado di correggere i peccatori. Il che è inammissibile.

[40418] IIª-IIae q. 33 a. 5 s. c.
Sed contra est quod Isidorus dicit, in libro de summo bono, non debet vitia aliorum corrigere qui est vitiis subiectus. Et Rom. II dicitur, in quo alium iudicas, teipsum condemnas, eadem enim agis quae iudicas.

 

[40418] IIª-IIae q. 33 a. 5 s. c.
IN CONTRARIO: S. Isidoro afferma: "Non deve correggere i vizi altrui chi è signoreggiato dal vizio". E S. Paolo osserva: "In quella che giudichi gli altri, condanni te stesso, giacché tu che giudichi fai le stesse cose".

[40419] IIª-IIae q. 33 a. 5 co.
Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, correctio delinquentis pertinet ad aliquem inquantum viget in eo rectum iudicium rationis. Peccatum autem, ut supra dictum est, non tollit totum bonum naturae, quin remaneat in peccante aliquid de recto iudicio rationis. Et secundum hoc potest sibi competere alterius delictum arguere. Sed tamen per peccatum praecedens impedimentum quoddam huic correctioni affertur, propter tria. Primo quidem, quia ex peccato praecedenti indignus redditur ut alium corrigat. Et praecipue si maius peccatum commisit, non est dignus ut alium corrigat de minori peccato. Unde super illud Matth. VII, quid vides festucam etc., dicit Hieronymus, de his loquitur qui, cum mortali crimine detineantur obnoxii, minora peccata fratribus non concedunt. Secundo, redditur indebita correctio propter scandalum, quod sequitur ex correctione si peccatum corripientis sit manifestum, quia videtur quod ille qui corrigit non corrigat ex caritate, sed magis ad ostentationem. Unde super illud Matth. VII, quomodo dicis fratri tuo etc., exponit Chrysostomus, in quo proposito? Puta ex caritate, ut salves proximum tuum? Non, quia teipsum ante salvares. Vis ergo non alios salvare, sed per bonam doctrinam malos actus celare, et scientiae laudem ab hominibus quaerere. Tertio modo, propter superbiam corripientis, inquantum scilicet aliquis, propria peccata parvipendens, seipsum proximo praefert in corde suo, peccata eius austera severitate diiudicans, ac si ipse esset iustus. Unde Augustinus dicit, in libro de Serm. Dom. in monte, accusare vitia officium est bonorum, quod cum mali faciunt, alienas partes agunt. Et ideo, sicut Augustinus dicit in eodem, cogitemus, cum aliquem reprehendere nos necessitas coegerit, utrum tale sit vitium quod nunquam habuimus, et tunc cogitemus nos homines esse, et habere potuisse. Vel tale quod habuimus et iam non habemus, et tunc tangat memoriam communis fragilitas, ut illam correctionem non odium sed misericordia praecedat. Si autem invenerimus nos in eodem vitio esse, non obiurgemus, sed congemiscamus et ad pariter poenitendum invitemus. Ex his igitur patet quod peccator, si cum humilitate corripiat delinquentem, non peccat, nec sibi novam condemnationem acquirit; licet per hoc vel in conscientia fratris, vel saltem sua, pro peccato praeterito condemnabilem se esse ostendat.

 

[40419] IIª-IIae q. 33 a. 5 co.
RISPONDO: Come già abbiamo detto, la correzione del peccatore spetta a una persona in quanto vige in essa il retto giudizio della ragione. Ora il peccato, come abbiamo visto, non elimina il bene di natura totalmente, così da non lasciare nel peccatore nulla del retto giudizio della ragione. E in forza di codesta rettitudine egli è tuttora in grado di rimproverare il peccato di un altro.
Tuttavia col peccato precedente si mette un ostacolo a questa correzione, per tre motivi. Primo, perché col peccato uno si rende indegno di correggere gli altri. Specialmente se egli ha commesso un peccato più grave, non è in grado di correggere un altro di un peccato più piccolo. Perciò a commento delle parole evangeliche: "Perché vedi la pagliuzza, ecc.", S. Girolamo afferma: "Il Signore qui parla di coloro i quali, essendo colpevoli di peccati mortali, non compatiscono nei loro fratelli peccati più piccoli".
Secondo, la correzione è resa inopportuna per lo scandalo che l'accompagna, se il peccato di chi vuol correggere è conosciuto: perché così egli mostra di correggere non per carità, ma per ostentazione. Perciò il Crisostomo così commenta le parole evangeliche, "Come puoi dire al tuo fratello, ecc.": "Con quale intenzione? Lo fai forse per carità, per salvare il tuo fratello? No: perché prima salveresti te stesso. Perciò tu non vuoi salvare gli altri, ma vuoi nascondere con la bontà dell'insegnamento la cattiva condotta, e cercare presso gli uomini la lode della scienza".
Terzo, per la superbia di chi fa la correzione: perché così uno minimizza i propri peccati, e in cuor suo preferisce se stesso al prossimo, giudicandone con severità le colpe, come se lui fosse onesto. Ecco perché S. Agostino afferma: "Accusare i vizi è compito dei buoni: e quando lo fanno i cattivi, ne usurpano le parti". Perciò, come il Santo ammonisce, "quando siamo costretti a riprendere qualcuno, pensiamo se si tratta di un vizio che noi non abbiamo mai avuto: e allora riflettiamo che siamo uomini, e avremmo potuto averlo. E se si tratta di un vizio che abbiamo avuto nel passato e non abbiamo più, allora ricordiamoci della comune fragilità, affinché quella correzione non sia preceduta dall'odio, ma dalla misericordia. Se poi ci accorgiamo di essere nel medesimo difetto, non rimproveriamo, ma piangiamo insieme e invitiamo gli altri a pentirsene con noi".
Dalle quali parole risulta che se il peccatore corregge con umiltà non pecca, e non merita una nuova condanna; sebbene allora egli possa apparire degno di condanna, per il peccato commesso, o di fronte alla coscienza del proprio fratello, o almeno a quella propria.

[40420] IIª-IIae q. 33 a. 5 ad arg.
Unde patet responsio ad obiecta.

 

[40420] IIª-IIae q. 33 a. 5 ad arg.
Sono così risolte anche le difficoltà.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se uno debba astenersi dalla correzione per paura che il colpevole diventi peggiore


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 6

[40421] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 1
Ad sextum sic proceditur. Videtur quod aliquis non debeat a correctione cessare propter timorem ne ille fiat deterior. Peccatum enim est quaedam infirmitas animae, secundum illud Psalm., miserere mei, domine, quoniam infirmus sum. Sed ille cui imminet cura infirmi etiam propter eius contradictionem vel contemptum non debet cessare, quia tunc imminet maius periculum, sicut patet circa furiosos. Ergo multo magis debet homo peccantem corrigere, quantumcumque graviter ferat.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 6

[40421] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 1
SEMBRA che uno non debba astenersi dalla correzione per paura che il colpevole diventi peggiore. Infatti:
1. Il peccato è un'infermità dell'anima, secondo l'espressione del Salmo: "Pietà di me, o Signore, perché sono infermo". Ma chi ha la cura di un infermo non deve abbandonarlo per la sua ribellione e il suo disprezzo: poiché allora è in più grave pericolo, com'è evidente per i pazzi furiosi. Molto più, dunque, uno deve correggere il colpevole, per quanto questi ne sia esasperato.

[40422] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 2
Praeterea, secundum Hieronymum, veritas vitae non est dimittenda propter scandalum. Praecepta autem Dei pertinent ad veritatem vitae. Cum ergo correctio fraterna cadat sub praecepto, ut dictum est, videtur quod non sit dimittenda propter scandalum eius qui corripitur.

 

[40422] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 2
2. Secondo S. Girolamo, "la verità della vita non va abbandonata per lo scandalo". Ora, i precetti di Dio appartengono alla verità della vita. Perciò, siccome la correzione fraterna è di precetto, è chiaro che non si deve omettere per lo scandalo di chi la riceve.

[40423] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 3
Praeterea, secundum apostolum, ad Rom. III, non sunt facienda mala ut veniant bona. Ergo, pari ratione, non sunt praetermittenda bona ne veniant mala. Sed correctio fraterna est quoddam bonum. Ergo non est praetermittenda propter timorem ne ille qui corripitur fiat deterior.

 

[40423] IIª-IIae q. 33 a. 6 arg. 3
3. A detta dell'Apostolo, "non si deve fare il male perché ne venga un bene". Quindi, per lo stesso motivo, non si deve trascurare il bene perché non ne venga del male. Ma la correzione fraterna è un bene. Dunque essa non si deve tralasciare per paura che colui che la subisce diventi peggiore.

[40424] IIª-IIae q. 33 a. 6 s. c.
Sed contra est quod dicitur Prov. IX, noli arguere derisorem, ne oderit te, ubi dicit Glossa, non est timendum ne tibi derisor, cum arguitur, contumelias inferat, sed hoc potius providendum, ne, tractus ad odium, inde fiat peior. Ergo cessandum est a correctione fraterna quando timetur ne fiat ille inde deterior.

 

[40424] IIª-IIae q. 33 a. 6 s. c.
IN CONTRARIO: Sta scritto: "Non riprendere il beffardo affinché non ti odi". E la Glossa commenta: "Non devi temere che il beffardo, quando è ripreso, ti copra d'ingiurie: ma devi piuttosto evitare che, spinto all'odio, diventi peggiore". Perciò si deve lasciare la correzione fraterna quando si teme che il colpevole diventi peggiore.

[40425] IIª-IIae q. 33 a. 6 co.
Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, duplex est correctio delinquentis. Una quidem pertinens ad praelatos, quae ordinatur ad bonum commune, et habet vim coactivam. Et talis correctio non est dimittenda propter turbationem eius qui corripitur. Tum quia, si propria sponte emendari non velit, cogendus est per poenas ut peccare desistat. Tum etiam quia, si incorrigibilis sit, per hoc providetur bono communi, dum servatur ordo iustitiae, et unius exemplo alii deterrentur. Unde iudex non praetermittit ferre sententiam condemnationis in peccantem propter timorem turbationis ipsius, vel etiam amicorum eius. Alia vero est correctio fraterna, cuius finis est emendatio delinquentis, non habens coactionem sed simplicem admonitionem. Et ideo ubi probabiliter aestimatur quod peccator admonitionem non recipiat, sed ad peiora labatur, est ab huiusmodi correctione desistendum, quia ea quae sunt ad finem debent regulari secundum quod exigit ratio finis.

 

[40425] IIª-IIae q. 33 a. 6 co.
RISPONDO: Esistono due tipi di correzione dei colpevoli. La prima, riservata ai prelati, è ordinata al bene comune, ed ha forza coattiva. Tale correzione non va trascurata per il turbamento di colui che la subisce. Sia perché, nel caso che non voglia emendarsi spontaneamente, va costretto con i castighi a smettere il peccato. Sia perché, nel caso d'incorreggibilità, si provveda al bene comune, col difendere l'ordine della giustizia, e spaventando gli altri con l'esemplare punizione di un individuo. Ecco perché un giudice non lascia di proferire la sentenza di condanna contro il colpevole per paura del turbamento di lui, o dei suoi amici.
La seconda invece è una correzione fraterna del colpevole, la quale non si esercita con la coazione, ma con la semplice ammonizione. Perciò quando si giudica probabile che il peccatore non accetterà l'ammonizione, ma farà peggio, si deve desistere dal correggerlo: perché le cose che sono mezzi ordinati al fine devono essere regolate secondo l'esigenza del fine.

[40426] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod medicus quadam coactione utitur in phreneticum, qui curam eius recipere non vult. Et huic similatur correctio praelatorum, quae habet vim coactivam, non autem simplex correctio fraterna.

 

[40426] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il medico usa verso il pazzo furioso, che non vuole le sue cure, una certa coazione. Il suo trattamento è simile alla correzione dei prelati, che ha forza coattiva: non già alla correzione fraterna.

[40427] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 2
Ad secundum dicendum quod de correctione fraterna datur praeceptum secundum quod est actus virtutis. Hoc autem est secundum quod proportionatur fini. Et ideo quando est impeditiva finis, puta cum efficitur homo deterior, iam non pertinet ad veritatem vitae, nec cadit sub praecepto.

 

[40427] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 2
2. La correzione fraterna viene comandata in quanto è un atto di virtù. Ma un atto è tale in quanto è proporzionato al fine. Perciò quando essa dovesse impedire il fine, come nel caso che il colpevole divenisse peggiore, allora non appartiene più alla verità della vita, e non è di precetto.

[40428] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 3
Ad tertium dicendum quod ea quae ordinantur ad finem habent rationem boni ex ordine ad finem. Et ideo correctio fraterna, quando est impeditiva finis, scilicet emendationis fratris, iam non habet rationem boni. Et ideo cum praetermittitur talis correctio, non praetermittitur bonum ne eveniat malum.

 

[40428] IIª-IIae q. 33 a. 6 ad 3
3. Le cose ordinate al fine hanno natura di bene in ordine al fine. Perciò la correzione fraterna, quando viene a impedire il fine, cioè l'emenda del proprio fratello, non ha più natura di bene. E quindi tralasciando codesta correzione non si tralascia il bene perché non ne venga un male.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se nella correzione fraterna sia obbligatorio far precedere l'ammonizione alla denunzia


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 7

[40429] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 1
Ad septimum sic proceditur. Videtur quod in correctione fraterna non debeat, ex necessitate praecepti, admonitio secreta praecedere denuntiationem. Operibus enim caritatis praecipue debemus Deum imitari, secundum illud Ephes. V, estote imitatores Dei, sicut filii carissimi, et ambulate in dilectione. Deus autem interdum publice punit hominem pro peccato nulla secreta monitione praecedente. Ergo videtur quod non sit necessarium admonitionem secretam praecedere denuntiationem.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 7

[40429] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 1
SEMBRA che nella correzione fraterna non sia obbligatorio far precedere l'ammonizione segreta alla denunzia. Infatti:
1. Specialmente nelle opere di carità siamo tenuti ad imitare Dio, secondo l'ammonizione di S. Paolo: "Fatevi imitatori di Dio come figli carissimi, e camminate nella carità". Ora, Dio talora punisce pubblicamente l'uomo per il peccato, senza nessuna segreta ammonizione precedente. Dunque non è necessario che l'ammonizione segreta preceda la denunzia.

[40430] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 2
Praeterea, sicut Augustinus dicit, in libro contra mendacium, ex gestis sanctorum intelligi potest qualiter sunt praecepta sacrae Scripturae intelligenda. Sed in gestis sanctorum invenitur facta publica denuntiatio peccati occulti nulla secreta monitione praecedente, sicut legitur Gen. XXXVII quod Ioseph accusavit fratres suos apud patrem crimine pessimo; et Act. V dicitur quod Petrus Ananiam et Saphiram, occulte defraudantes de pretio agri, publice denuntiavit nulla secreta admonitione praemissa. Ipse etiam dominus non legitur secreto admonuisse Iudam antequam eum denuntiaret. Non ergo est de necessitate praecepti ut secreta admonitio praecedat publicam denuntiationem.

 

[40430] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 2
2. Come dice S. Agostino, "dalle gesta dei Santi si può capire come siano da intendersi i precetti della Sacra Scrittura". Ma nelle gesta dei Santi troviamo pubbliche denunzie dei peccati occulti, senza ammonizione segreta precedente: così si legge nella Genesi che Giuseppe "accusò i fratelli presso suo padre di un gravissimo delitto"; e negli Atti si racconta che S. Pietro denunziò pubblicamente Anania e Saffira, che di nascosto avevano ingannato sul prezzo del campo, senza premettere un'ammonizione segreta. Del resto anche il Signore non risulta che abbia ammonito segretamente Giuda, prima di denunziarlo. Perciò non è di precetto che l'ammonizione segreta preceda la pubblica denunzia.

[40431] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 3
Praeterea, accusatio est gravior quam denuntiatio. Sed ad publicam accusationem potest aliquis procedere nulla admonitione secreta praecedente, determinatur enim in decretali quod accusationem debet praecedere inscriptio. Ergo videtur quod non sit de necessitate praecepti quod secreta admonitio praecedat publicam denuntiationem.

 

[40431] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 3
3. L'accusa è più grave della denunzia. Eppure uno può procedere all'accusa senza una previa ammonizione segreta: infatti nelle Decretali viene stabilito che "all'accusa deve precedere l'iscrizione". Dunque non pare sia di precetto che la denunzia pubblica sia preceduta da un'ammonizione segreta.

[40432] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 4
Praeterea, non videtur esse probabile quod ea quae sunt in communi consuetudine religiosorum sint contra praecepta Christi. Sed consuetum est in religionibus quod in capitulis aliqui proclamantur de culpis nulla secreta admonitione praemissa. Ergo videtur quod hoc non sit de necessitate praecepti.

 

[40432] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 4
4. Non è ammissibile che quanto è entrato nella consuetudine di tutti i religiosi sia contro i precetti di Cristo. Ora, in tutte le famiglie religiose è consuetudine che si facciano le proclamazioni delle colpe, senza premettere nessuna ammonizione segreta. Perciò questa non è di precetto.

[40433] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 5
Praeterea, religiosi tenentur suis praelatis obedire. Sed quandoque praelati praecipiunt, vel communiter omnibus vel alicui specialiter, ut si quid scit corrigendum, ei dicatur. Ergo videtur quod teneantur ei dicere etiam ante secretam admonitionem. Non ergo est de necessitate praecepti ut secreta admonitio praecedat publicam denuntiationem.

 

[40433] IIª-IIae q. 33 a. 7 arg. 5
5. I religiosi sono tenuti a ubbidire ai loro superiori. Ma questi talora comandano, o a tutti o ad alcuni in particolare, di dir loro le cose riprensibili che conoscono. Perciò i religiosi sono tenuti a parlare anche prima dell'ammonizione segreta. Quindi non è di precetto che l'ammonizione segreta preceda la pubblica denunzia.

[40434] IIª-IIae q. 33 a. 7 s. c.
Sed contra est quod Augustinus dicit, in libro de verbis Dom., exponens illud, corripe ipsum inter te et ipsum solum, studens correctioni, parcens pudori. Forte enim prae verecundia incipit defendere peccatum suum, et quem vis facere meliorem, facis peiorem. Sed ad hoc tenemur per praeceptum caritatis ut caveamus ne frater deterior efficiatur. Ergo ordo correctionis fraternae cadit sub praecepto.

 

[40434] IIª-IIae q. 33 a. 7 s. c.
IN CONTRARIO: S. Agostino nel commentare le parole evangeliche, "Correggilo tra te e lui solo", ammonisce: "Mira alla sua correzione, risparmiandogli la vergogna. Perché allora per vergogna comincerebbe a difendere il suo peccato, e così renderesti peggiore chi avresti voluto rendere migliore". Ora, il precetto della carità ci obbliga a evitare che i nostri fratelli diventino peggiori. Dunque l'ordine della correzione fraterna è di precetto.

[40435] IIª-IIae q. 33 a. 7 co.
Respondeo dicendum quod circa publicam denuntiationem peccatorum distinguendum est. Aut enim peccata sunt publica, aut sunt occulta. Si quidem sint publica, non est tantum adhibendum remedium ei qui peccavit, ut melior fiat, sed etiam aliis, in quorum notitiam devenit, ut non scandalizentur. Et ideo talia peccata sunt publice arguenda, secundum illud apostoli, I ad Tim. V, peccantem coram omnibus argue, ut ceteri timorem habeant; quod intelligitur de peccatis publicis, ut Augustinus dicit, in libro de verbis Dom. Si vero sint peccata occulta, sic videtur habere locum quod dominus dicit, si peccaverit in te frater tuus, quando enim te offendit publice coram aliis, iam non solum in te peccat, sed etiam in alios, quos turbat. Sed quia etiam in occultis peccatis potest parari proximorum offensa, ideo adhuc distinguendum videtur. Quaedam enim peccata occulta sunt quae sunt in nocumentum proximorum vel corporale vel spirituale, puta si aliquis occulte tractet quomodo civitas tradatur hostibus; vel si haereticus privatim homines a fide avertat. Et quia hic ille qui occulte peccat non solum in te peccat, sed etiam in alios; oportet statim ad denuntiationem procedere, ut huiusmodi nocumentum impediatur, nisi forte aliquis firmiter aestimaret quod statim per secretam admonitionem posset huiusmodi mala impedire. Quaedam vero peccata sunt quae sunt solum in malum peccantis et tui, in quem peccatur vel quia a peccante laederis, vel saltem ex sola notitia. Et tunc ad hoc solum tendendum est ut fratri peccanti subveniatur. Et sicut medicus corporalis sanitatem confert, si potest, sine alicuius membri abscissione; si autem non potest, abscindit membrum minus necessarium, ut vita totius conservetur, ita etiam ille qui studet emendationi fratris debet, si potest, sic emendare fratrem, quantum ad conscientiam, ut fama eius conservetur. Quae quidem est utilis, primo quidem et ipsi peccanti, non solum in temporalibus, in quibus quantum ad multa homo patitur detrimentum amissa fama; sed etiam quantum ad spiritualia, quia prae timore infamiae multi a peccato retrahuntur, unde quando se infamatos conspiciunt, irrefrenate peccant. Unde Hieronymus dicit, corripiendus est seorsum frater, ne, si semel pudorem aut verecundiam amiserit, permaneat in peccato. Secundo debet conservari fama fratris peccantis, tum quia, uno infamato, alii infamantur, secundum illud Augustini, in Epist. ad plebem Hipponensem, cum de aliquibus qui sanctum nomen profitentur aliquid criminis vel falsi sonuerit vel veri patuerit, instant, satagunt, ambiunt ut de omnibus hoc credatur. Tum etiam quia ex peccato unius publicato alii provocantur ad peccatum. Sed quia conscientia praeferenda est famae, voluit dominus ut saltem cum dispendio famae fratris conscientia per publicam denuntiationem a peccato liberetur. Unde patet de necessitate praecepti esse quod secreta admonitio publicam denuntiationem praecedat.

 

[40435] IIª-IIae q. 33 a. 7 co.
RISPONDO: Per la pubblica denunzia dei peccati dobbiamo distinguere. Infatti i peccati sono o pubblici, od occulti. Se sono pubblici non si deve provvedere soltanto al colpevole perché diventi più onesto, ma anche agli altri che sono a conoscenza del peccato, perché non ne siano scandalizzati. Perciò questi peccati devono essere rimproverati pubblicamente, stando all'esortazione dell'Apostolo: "Quelli che sbagliano riprendili in faccia a tutti, perché anche gli altri abbiano paura"; parole queste che, a detta di S. Agostino, si riferiscono ai peccati pubblici.
Se invece si tratta di peccati occulti, allora valgono le parole del Signore: "Se il tuo fratello ha peccato contro di te...": poiché quando uno offendesse te pubblicamente davanti agli altri, allora non peccherebbe solo contro di te, ma anche contro gli altri, che ne rimangono turbati. Siccome però anche con i peccati occulti si può predisporre l'offesa di altri, dobbiamo qui suddistinguere. Infatti ci sono dei peccati occulti che sono di danno corporale o spirituale per il prossimo: quando uno, p. es., tratta segretamente la consegna della città al nemico; oppure quando un eretico privatamente distoglie i credenti dalla fede. E poiché in tal caso chi pecca segretamente non pecca solo contro di te, ma anche contro gli altri, bisogna subito procedere alla denunzia, per impedire codesto danno: a meno che uno non fosse fermamente persuaso di poterlo impedire con un'ammonizione segreta.
Ci sono invece delle colpe che fanno del male solo a chi pecca e a te, contro cui si pecca, o perché sei danneggiato dall'atto peccaminoso, o almeno dalla conoscenza di esso. In tal caso si deve badare soltanto a soccorrere il fratello colpevole. E, come il medico del corpo, se può, dà la guarigione senza il taglio di nessun membro; e se non può, taglia quello meno necessario, per conservare la vita di tutto l'organismo; così chi cerca l'emenda del proprio fratello è tenuto a emendarne la coscienza, senza comprometterme la fama. La quale è utile innanzi tutto allo stesso colpevole: non soltanto nell'ordine temporale, in cui uno viene molto danneggiato con la perdita di essa; ma anche nell'ordine spirituale, poiché il timore dell'infamia trattiene molti dal peccato; e quindi se vedono di essere infamati, peccano senza ritegno. Ecco perché S. Girolamo scriveva: "Il fratello va corretto in disparte; perché non si ostini nel peccato una volta perduto il pudore, o la vergogna". In secondo luogo si deve salvare la fama del fratello colpevole, perché l'infamia dell'uno ricade sugli altri, secondo quelle parole di S. Agostino: "Quando si denunzia falsamente, oppure realmente si scopre un delitto di qualche cristiano, gli avversari incalzano, si agitano, brigano perché si creda lo stesso di tutti". E anche perché divulgando il peccato di uno, gli altri vengono sollecitati a peccare. - Ma poiché la coscienza va preferita alla fama, il Signore ha voluto che la coscienza del fratello venga liberata dal peccato con una pubblica denunzia, almeno con la perdita della fama.
Perciò è evidente che è cosa obbligatoria di precetto far precedere alla pubblica denunzia un'ammonizione segreta.

[40436] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod omnia occulta Deo sunt nota. Et ideo hoc modo se habent occulta peccata ad iudicium divinum sicut publica ad humanum. Et tamen plerumque Deus peccatores quasi secreta admonitione arguit interius inspirando, vel vigilanti vel dormienti, secundum illud Iob XXXIII, per somnium in visione nocturna, quando irruit sopor super homines, tunc aperit aures virorum, et erudiens eos instruit disciplina, ut avertat hominem ab his quae fecit.

 

[40436] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le cose occulte a Dio sono tutte palesi. Perciò i peccati occulti stanno di fronte al giudizio di Dio come quelli pubblici rispetto a quello umano. - Tuttavia spesso Dio rimprovera a suo modo i peccatori con ammonizioni segrete, ispirandoli interiormente, o nella veglia, o nel sonno, secondo le parole della Scrittura: "Per mezzo del sogno nella visione notturna, quando il sopore si riversa sugli uomini, allora apre loro gli orecchi, e li erudisce istruendoli nella disciplina, al fine di ritrarre l'uomo da ciò che sta operando".

[40437] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 2
Ad secundum dicendum quod dominus peccatum Iudae, tanquam Deus, sicut publicum habebat. Unde statim poterat ad publicandum procedere. Tamen ipse non publicavit, sed obscuris verbis eum de peccato suo admonuit. Petrus autem publicavit peccatum occultum Ananiae et Saphirae tanquam executor Dei, cuius revelatione peccatum cognovit. De Ioseph autem credendum est quod fratres suos quandoque admonuerit, licet non sit scriptum. Vel potest dici quod peccatum publicum erat inter fratres, unde dicit pluraliter, accusavit fratres suos.

 

[40437] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 2
2. Come Dio il Signore poteva considerare pubblico il peccato di Giuda. E quindi poteva procedere subito alla sua denunzia. Tuttavia egli non lo fece, ma lo ammonì del suo peccato con parole oscure. - S. Pietro poi denunziò pubblicamente il peccato occulto di Anania e Saffira come esecutore della giustizia di Dio, per la cui rivelazione lo aveva conosciuto. - Di Giuseppe invece dobbiamo pensare che qualche volta abbia ammonito i suoi fratelli, sebbene la Scrittura non lo dica. Oppure si può ritenere che il peccato fosse pubblico tra i fratelli; infatti se ne parla al plurale: "Accusò i suoi fratelli".

[40438] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 3
Ad tertium dicendum quod quando imminet periculum multitudinis, non habent ibi locum haec verba domini, quia tunc frater peccans non peccat in te tantum.

 

[40438] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 3
3. Quando incombe un pericolo pubblico, non sono da applicarsi le ricordate parole del Signore: perché allora il fratello che sbaglia non pecca contro di te soltanto.

[40439] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 4
Ad quartum dicendum quod huiusmodi proclamationes quae in capitulis religiosorum fiunt sunt de aliquibus levibus, quae famae non derogant. Unde sunt quasi quaedam commemorationes potius oblitarum culparum quam accusationes vel denuntiationes. Si essent tamen talia de quibus frater infamaretur, contra praeceptum domini ageret qui per hunc modum peccatum fratris publicaret.

 

[40439] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 4
4. Queste proclamazioni che si fanno nei capitoli dei religiosi riguardano colpe leggere, che non compromettono la fama. Perciò esse sono come segnalazioni di colpe dimenticate più che accuse o denunzie. Se invece si trattasse di cose che possono infamare, agirebbe contro il precetto del Signore chi pubblicasse in questo modo il peccato di un fratello.

[40440] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 5
Ad quintum dicendum quod praelato non est obediendum contra praeceptum divinum, secundum illud Act. V, obedire oportet Deo magis quam hominibus. Et ideo quando praelatus praecipit ut sibi dicatur quod quis sciverit corrigendum, intelligendum est praeceptum sane, salvo ordine correctionis fraternae, sive praeceptum fiat communiter ad omnes, sive ad aliquem specialiter. Sed si praelatus expresse praeciperet contra hunc ordinem a domino constitutum, et ipse peccaret praecipiens et ei obediens, quasi contra praeceptum domini agens, unde non esset ei obediendum. Quia praelatus non est iudex occultorum, sed solus Deus, unde non habet potestatem praecipiendi aliquid super occultis nisi inquantum per aliqua indicia manifestantur, puta per infamiam vel aliquas suspiciones; in quibus casibus potest praelatus praecipere eodem modo sicut et iudex saecularis vel ecclesiasticus potest exigere iuramentum de veritate dicenda.

 

[40440] IIª-IIae q. 33 a. 7 ad 5
5. Non si deve ubbidire al superiore contro il precetto di Dio: "Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini". Perciò quando il superiore comanda che gli si dica quello che si conosce come degno di correzione, va inteso rettamente il suo precetto, cioè salvo l'ordine della correzione fraterna: sia che il precetto venga rivolto a tutti, sia che venga indirizzato a uno solo. Se poi il superiore comandasse espressamente contro quest'ordine stabilito dal Signore, allora peccherebbe sia lui, che chi gli ubbidisse, agendo essi contro il precetto del Signore: e quindi non si dovrebbe ubbidire. Poiché non il superiore, ma Dio soltanto è giudice delle cose occulte: e quindi il superiore non ha alcun potere di comandare sulle cose occulte, se non in quanto sono manifestate da alcuni indizi, cioè dalla cattiva fama o dai sospetti; nei quali casi il prelato può comandare alla stessa maniera che il giudice secolare o ecclesiastico può esigere il giuramento di dire la verità.




Seconda parte > Le azioni umane > La carità > La correzione fraterna > Se alla pubblica denunzia debba precedere il ricorso ai testimoni


Secunda pars secundae partis
Quaestio 33
Articulus 8

[40441] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 1
Ad octavum sic proceditur. Videtur quod testium inductio non debeat praecedere publicam denuntiationem. Peccata enim occulta non sunt aliis manifestanda, quia sic homo magis esset proditor criminis quam corrector fratris, ut Augustinus dicit. Sed ille qui inducit testes peccatum fratris alteri manifestat. Ergo in peccatis occultis non debet testium inductio praecedere publicam denuntiationem.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 33
Articolo 8

[40441] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 1
SEMBRA che alla pubblica denunzia non debba precedere il ricorso ai testimoni. Infatti:
1. I peccati occulti non si devono manifestare agli altri: perché così, a detta di S. Agostino, uno sarebbe più "propalatore" della colpa, che "correttore" del proprio fratello. Ora, chi ricorre ai testimoni manifesta ad altri la colpa del suo fratello. Dunque nei peccati occulti prima della denunzia pubblica non si deve ricorrere ai testimoni.

[40442] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 2
Praeterea, homo debet diligere proximum sicut seipsum. Sed nullus ad suum peccatum occultum inducit testes. Ergo neque ad peccatum occultum fratris debet inducere.

 

[40442] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 2
2. Un uomo è tenuto ad amare il prossimo come se stesso. Ma per il proprio peccato occulto nessuno ricorre ai testimoni. Quindi non ci si deve ricorrere neppure per i peccati occulti del proprio fratello.

[40443] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 3
Praeterea, testes inducuntur ad aliquid probandum. Sed in occultis non potest fieri probatio per testes. Ergo frustra huiusmodi testes inducuntur.

 

[40443] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 3
3. Si portano i testimoni per provare un fatto. Ma nei peccati occulti non si può avere una prova dai testimoni. Perciò questo ricorso ai testimoni è inutile.

[40444] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 4
Praeterea, Augustinus dicit, in regula, quod prius praeposito debet ostendi quam testibus. Sed ostendere praeposito sive praelato est dicere Ecclesiae. Non ergo testium inductio debet praecedere publicam denuntiationem.

 

[40444] IIª-IIae q. 33 a. 8 arg. 4
4. Nella Regola S. Agostino insegna che il peccato "prima si deve manifestare al superiore che ai testimoni". Ora, mostrarlo al superiore significa dirlo alla Chiesa. Dunque il ricorso ai testimoni non deve precedere la pubblica denunzia.

[40445] IIª-IIae q. 33 a. 8 s. c.
Sed contra est quod dominus dicit, Matth. XVIII.

 

[40445] IIª-IIae q. 33 a. 8 s. c.
IN CONTRARIO: Stanno le affermazioni del Signore.

[40446] IIª-IIae q. 33 a. 8 co.
Respondeo dicendum quod de uno extremo ad aliud extremum convenienter transitur per medium. In correctione autem fraterna dominus voluit quod principium esset occultum, dum frater corriperet fratrem inter se et ipsum solum; finem autem voluit esse publicum, ut scilicet Ecclesiae denuntiaretur. Et ideo convenienter in medio ponitur testium inductio, ut primo paucis indicetur peccatum fratris, qui possint prodesse et non obesse, ut saltem sic sine multitudinis infamia emendetur.

 

[40446] IIª-IIae q. 33 a. 8 co.
RISPONDO: È giusto che da un estremo all'altro si passi attraverso un punto intermedio. Ora, nella correzione fraterna il Signore volle che il principio fosse occulto, in modo che un fratello correggesse l'altro tra loro due soli; mentre volle che la fine fosse pubblica, con la denunzia fatta alla Chiesa. Perciò è conveniente che in mezzo si metta il ricorso ai testimoni, in modo che da principio si dica la colpa del fratello a pochi, che possono essere di giovamento e non di ostacolo, per emendarlo almeno così, senza infamia di fronte a tutti.

[40447] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod quidam sic intellexerunt ordinem fraternae correctionis esse servandum ut primo frater sit in secreto corripiendus, et si audierit, bene quidem. Si autem non audierit, si peccatum sit omnino occultum, dicebant non esse ulterius procedendum. Si autem incipit iam ad plurium notitiam devenire aliquibus indiciis, debet ulterius procedi, secundum quod dominus mandat. Sed hoc est contra id quod Augustinus dicit, in regula, quod peccatum fratris non debet occultari, ne putrescat in corde. Et ideo aliter dicendum est quod post admonitionem secretam semel vel pluries factam, quandiu spes probabiliter habetur de correctione, per secretam admonitionem procedendum est. Ex quo autem iam probabiliter cognoscere possumus quod secreta admonitio non valet, procedendum est ulterius, quantumcumque sit peccatum occultum, ad testium inductionem. Nisi forte probabiliter aestimaretur quod hoc ad emendationem fratris non proficeret, sed exinde deterior redderetur, quia propter hoc est totaliter a correctione cessandum, ut supra dictum est.

 

[40447] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni ritengono che nella carità fraterna si debba osservare quest'ordine: dapprima si deve correggere il fratello in segreto; e se dà retta, va bene. Se invece non dà ascolto, e il peccato è rigorosamente occulto, allora essi dicono che non si devono fare altri passi. Se invece comincia a essere conosciuto da certi indizi, si deve procedere oltre, come il Signore comanda. - Ma questo è contro ciò che insegna S. Agostino nella Regola, e cioè che non si deve nascondere il peccato del proprio fratello, "perché non marcisca nel cuore".
Perciò si deve rispondere diversamente, e cioè che dopo l'ammonizione segreta fatta una o più volte, finché c'è una speranza di emenda, si devono fare altri passi con l'ammonizione segreta. E quando si può arguire che l'ammonizione segreta non basta, si deve procedere ricorrendo ai testimoni, per quanto occulta possa essere la colpa. A meno che uno non sia persuaso che questo non gioverebbe ad emendare il fratello, ma a renderlo peggiore: perché allora bisognerebbe desistere del tutto dalla correzione, come sopra abbiamo detto.

[40448] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 2
Ad secundum dicendum quod homo non indiget testibus ad emendationem sui peccati, quod tamen potest esse necessarium ad emendationem peccati fratris. Unde non est similis ratio.

 

[40448] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 2
2. Per emendarsi dei propri peccati uno non ha bisogno di testimoni: cosa che invece può essere necessaria per l'emenda delle colpe commesse dai nostri fratelli. Perciò l'argomento non regge.

[40449] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 3
Ad tertium dicendum quod testes possunt induci propter tria. Uno modo, ad ostendendum quod hoc sit peccatum de quo aliquis arguitur; ut Hieronymus dicit. Secundo, ad convincendum de actu, si actus iteretur; ut Augustinus dicit, in regula. Tertio, ad testificandum quod frater admonens fecit quod in se fuit; ut Chrysostomus dicit.

 

[40449] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 3
3. Si possono portare i testimoni per tre motivi. Primo, per dimostrare, come nota S. Girolamo, che l'atto di cui uno è rimproverato è peccaminoso. Secondo, per rinfacciare la colpa, se venisse ripetuta, come accenna S. Agostino nella Regola. Terzo, "per dimostrare che il fratello che corregge ha fatto quanto stava in lui", come nota il Crisostomo.

[40450] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 4
Ad quartum dicendum quod Augustinus intelligit quod prius dicatur praelato quam testibus secundum quod praelatus est quaedam singularis persona quae magis potest prodesse quam alii, non autem quod dicatur ei tanquam Ecclesiae, idest sicut in loco iudicis residenti.

 

[40450] IIª-IIae q. 33 a. 8 ad 4
4. S. Agostino vuole che la colpa si dica prima al superiore che ai testimoni, in quanto il superiore è una persona privata che può giovare più delle altre: non già che si dica a lui per dirlo alla Chiesa, cioè nelle sue funzioni di giudice.

Alla Questione precedente

 

Alla Questione successiva