II-II, 189

Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Prooemium

[46645] IIª-IIae, q. 189 pr.
Deinde considerandum est de ingressu religionis. Et circa hoc quaeruntur decem.
Primo, utrum illi qui non sunt exercitati in observantia praeceptorum, debeant religionem ingredi.
Secundo, utrum liceat aliquos voto obligare ad religionis ingressum.
Tertio, utrum illi qui voto obligantur ad religionis ingressum, teneantur votum implere.
Quarto, utrum illi qui vovent religionem intrare, teneantur ibi perpetuo remanere.
Quinto, utrum pueri sint recipiendi in religione.
Sexto, utrum propter parentum obsequium aliqui debeant retrahi a religionis ingressu.
Septimo, utrum presbyteri curati vel archidiaconi possint ad religionem transire.
Octavo, utrum de una religione possit aliquis transire ad aliam.
Nono, utrum aliquis debeat alios inducere ad religionis ingressum.
Decimo, utrum requiratur magna deliberatio cum consanguineis et amicis ad religionis ingressum.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Proemio

[46645] IIª-IIae, q. 189 pr.
Veniamo ora a considerare l'entrata in religione.
Sull'argomento si pongono dieci quesiti:

1. Se possano entrare in religione quelli che non sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti;
2. Se sia lecito obbligarsi con voto a entrare in religione;
3. Se quelli che si sono obbligati con voto a entrare in religione siano tenuti a osservarlo;
4. Se chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre;
5. Se nella vita religiosa si possano accettare dei fanciulli;
6. Se per aiutare i genitori alcuni debbano essere distolti dalla vita religiosa;
7. Se i parroci e gli arcidiaconi possano entrare nella vita religiosa;
8. Se sia lecito passare da un ordine religioso a un altro;
9. Se uno possa indurre altri a entrare in religione;
10. Se sia necessaria una lunga deliberazione con i parenti e con gli amici per entrare in religione.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se in religione debbano entrare solo quelli che sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 1

[46646] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 1
Ad primum sic proceditur. Videtur quod non debeant religionem ingredi nisi qui sunt in praeceptis exercitati. Dominus enim consilium perfectionis dedit adolescenti qui dixerat se praecepta a iuventute servasse. Sed a Christo sumpsit initium omnis religio. Ergo videtur quod non sunt ad religionem admittendi nisi qui sunt in praeceptis exercitati.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 1

[46646] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 1
SEMBRA che in religione debbano entrare solo quelli che sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti. Infatti:
1. Il Signore diede il consiglio della perfezione al giovane che aveva affermato di aver osservato i comandamenti "fin dalla sua giovinezza". Ora, tutte le forme di vita religiosa hanno avuto principio da Cristo. Dunque non si devono accettare in religione se non quelli che si sono già esercitati nell'osservare i comandamenti.

[46647] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 2
Praeterea, Gregorius dicit, super Ezech., nemo repente fit summus, sed in bona conversatione a minimis quis inchoat, ut ad magna perveniat. Sed magna sunt consilia, quae pertinent ad perfectionem vitae, minora autem sunt praecepta, quae pertinent ad communem iustitiam. Ergo videtur quod non debent aliqui, ad observantiam consiliorum, religionem intrare, nisi prius fuerint in praeceptis exercitati.

 

[46647] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 2
2. Scrive S. Gregorio: "Nessuno di colpo arriva al sommo: ma tutti nella virtù cominciano dalle piccole cose, per arrivare alle grandi". Ora, le cose grandi sono i consigli, che costituiscono la perfezione; mentre le cose piccole sono i comandamenti, che costituiscono l'onestà ordinaria. Perciò non si devono ammettere in religione per osservare i consigli se non quelli che si sono già esercitati nei comandamenti.

[46648] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 3
Praeterea, sicut sacri ordines habent quandam excellentiam in Ecclesia, ita et status religionis. Sed sicut Gregorius scribit Siagrio episcopo, et habetur in decretis, dist. XLVIII, ordinate ad ordines accedendum est, nam casum appetit qui ad summi loci fastigia, postpositis gradibus, per abrupta quaerit ascensum. Scimus enim quod aedificati parietes non prius tignorum pondus accipiunt, nisi a novitatis suae humore siccentur, ne, si ante pondera quam solidentur accipiant, cunctam simul fabricam deponant. Ergo videtur quod non debent aliqui ad religionem transire nisi in praeceptis exercitati.

 

[46648] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 3
3. Lo stato religioso ha nella Chiesa una certa superiorità come gli ordini sacri. Ma a detta di S. Gregorio: "Si deve ascendere agli ordini per gradi; poiché cerca di cadere chi, trascurando i gradi intermedi, vuole raggiungere la cima scavalcando i dirupi. Sappiamo infatti che non si può impostare il peso del soffitto sui muri freschi di un fabbricato, se prima non sono disseccati e induriti; perché non accada che crolli insieme a tutto l'edificio". Dunque non si deve entrare in religione, se prima non si è esercitati nell'osservanza dei precetti.

[46649] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 4
Praeterea, super illud Psalmi, sicut ablactatus super matre sua, dicit Glossa, in utero matris Ecclesiae primo concipimur, dum fidei rudimentis instruimur; deinde in lucem edimur, dum per Baptismum regeneramur; deinde quasi manibus Ecclesiae portamur et lacte nutrimur, cum post Baptismum bonis operibus informamur et lacte spiritualis doctrinae nutrimur, proficiendo donec, iam grandiusculi, a lacte matris accedamus ad mensam patris; idest, a simplici doctrina, ubi praedicatur verbum caro factum, accedamus ad verbum patris in principio apud Deum. Et postea subdit quod nuper baptizati in sabbato sancto, quasi manibus Ecclesiae gestantur et lacte nutriuntur usque ad Pentecosten, quo tempore nulla difficilia indicuntur, non ieiunatur, non media nocte surgitur, postea, spiritu Paraclito confirmati, quasi ablactati, incipiunt ieiunare et alia difficilia servare. Multi vero hunc ordinem pervertunt, ut haeretici et schismatici, se ante tempus a lacte separantes, unde exstinguuntur. Sed hunc ordinem pervertere videntur illi qui religionem intrant, vel alios ad intrandum inducunt, antequam sint in faciliori observantia praeceptorum exercitati. Ergo videtur quod sint haeretici vel schismatici.

 

[46649] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 4
4. A proposito di quel testo dei Salmi, "Come un bimbo divezzato sta sulle braccia di sua madre", la Glossa afferma: "In primo luogo siamo concepiti nel seno della madre Chiesa, quando siamo istruiti nei rudimenti della fede; quindi siamo partoriti quando siamo rigenerati col battesimo; siamo poi come portati sulle braccia della Chiesa e da essa allattati, quando dopo il battesimo siamo esercitati nelle opere buone, e nutriti con il latte della dottrina spirituale, sviluppandoci fino a che grandicelli passiamo dal latte materno alla mensa paterna; cioè dalla dottrina elementare in cui si afferma che il Verbo si è fatto carne, al Verbo del Padre che in principio era presso Dio". E poco dopo continua: "I battezzati di fresco nel Sabato Santo sono come portati in braccio e allattati dalla Chiesa fino a Pentecoste, nel quale tempo non viene prescritto niente di difficile: non si digiuna, non ci si alza di notte. Dopo invece, confermati dallo Spirito Paraclito, come bambini slattati, cominciano a digiunare e a osservare altre cose difficili. Molti però pervertono quest'ordine, come gli eretici e gli scismatici, staccandosi dal latte prima del tempo: così da morirne". Ora, quelli che entrano in religione o inducono altri ad entrarvi prima dell'osservanza dei comandamenti, pervertono anch'essi quest'ordine. Dunque costoro sono eretici o scismatici.

[46650] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 5
Praeterea, a prioribus ad posteriora est transeundum. Sed praecepta sunt priora consiliis, quia sunt communiora, utpote a quibus non convertitur consequentia essendi, quicumque enim servat consilia, servat praecepta, sed non convertitur. Congruus autem ordo est ut a prioribus ad posteriora transeatur. Ergo non debet aliquis transire ad observantiam consiliorum in religione, nisi prius sit exercitatus in praeceptis.

 

[46650] IIª-IIae, q. 189 a. 1 arg. 5
5. Si deve passare alle cose che vengono dopo da quelle che vengon prima. Ora, i comandamenti vengono prima dei consigli, perché sono più generali, e "l'inversione tra l'universale e il particolare non è ammissibile": infatti chiunque osserva i consigli osserva anche i precetti, ma non viceversa. Ma l'ordine giusto è di passare da ciò che è prima a ciò che è dopo. Dunque uno non deve passare a osservare i consigli nella vita religiosa, senza aver prima praticato i comandamenti.

[46651] IIª-IIae, q. 189 a. 1 s. c.
Sed contra est quod dominus Matthaeum publicanum, qui in observantia praeceptorum exercitatus non erat, advocavit ad consiliorum observantiam, dicitur enim Luc. V, quod, relictis omnibus, secutus est eum. Ergo non est necessarium quod ante aliquis exerceatur in observantia praeceptorum quam transeat ad perfectionem consiliorum.

 

[46651] IIª-IIae, q. 189 a. 1 s. c.
IN CONTRARIO: Il Signore chiamò all'osservanza dei consigli il pubblicano Matteo, il quale non aveva praticato i comandamenti; si legge infatti nel Vangelo che "egli abbandonata ogni cosa lo seguì". Perciò non è necessario che uno si eserciti nella pratica dei comandamenti prima di passare alla perfezione dei consigli.

[46652] IIª-IIae, q. 189 a. 1 co.
Respondeo dicendum quod, sicut ex supra dictis patet, status religionis est quoddam spirituale exercitium ad consequendum perfectionem caritatis, quod quidem fit inquantum per religionis observantias auferuntur impedimenta perfectae caritatis. Haec autem sunt quae implicant affectum hominis ad terrena. Per hoc autem quod affectus hominis implicatur ad terrena, non solum impeditur perfectio caritatis, sed interdum etiam ipsa caritas perditur, dum per inordinatam conversionem ad bona temporalia homo avertitur ab incommutabili bono mortaliter peccando. Unde patet quod religionis observantiae, sicut tollunt impedimenta perfectae caritatis, ita etiam tollunt occasiones peccandi, sicut patet quod per ieiunium et vigilias et obedientiam et alia huiusmodi, retrahitur homo a peccatis gulae et luxuriae, et a quibuscumque aliis peccatis. Et ideo ingredi religionem non solum expedit his qui sunt exercitati in praeceptis, ut ad maiorem perfectionem perveniant, sed etiam his qui non sunt exercitati, ut facilius peccata vitent et perfectionem assequantur.

 

[46652] IIª-IIae, q. 189 a. 1 co.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, lo stato religioso è un tirocinio spirituale per raggiungere la perfezione della carità: e questa si ottiene eliminando con le osservanze della vita religiosa gli ostacoli della perfetta carità. Questi infatti legano gli affetti dell'uomo alle cose terrene. Ora, questo legame alle cose della terra non solo impedisce la perfezione della carità, ma fa perdere talora la carità stessa, quando l'uomo volgendosi disordinatamente alle cose del mondo, si allontana dal bene incommutabile col peccato mortale. È evidente però che le osservanze della vita religiosa, come tolgono gli ostacoli alla carità perfetta, così eliminano le occasioni di peccato: il digiuno, p. es., le veglie, l'obbedienza, e altre simili cose allontanano l'uomo dai peccati di gola, di lussuria e da qualsiasi altro peccato. Perciò entrare in religione è vantaggioso non solo a chi ha praticato i comandamenti per raggiungere una maggiore perfezione; ma anche a chi non li ha praticati, per evitare più facilmente i peccati e raggiungere la perfezione.

[46653] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod Hieronymus dicit, super Matth., mentitus est adolescens dicens, haec omnia servavi a iuventute mea. Si enim quod positum est in mandatis, diliges proximum tuum sicut teipsum, opere complesset, quomodo postea, audiens, vade et vende omnia quae habes et da pauperibus, tristis recessit? Sed intelligendum est eum mentitum esse quantum ad perfectam observantiam huius praecepti. Unde Origenes, super Matth., dicit quod scriptum est in Evangelio secundum Hebraeos, quod cum dominus dixisset ei, vade et vende omnia quae habes, coepit dives scalpere caput suum. Et dixit ad eum dominus, quomodo dicis, feci legem et prophetas? Est in lege, diliges proximum tuum sicut teipsum, et ecce, multi fratres tui, filii Abrahae, amicti sunt stercore, morientes prae fame; et domus tua plena est multis bonis, et non egreditur aliquid omnino ex ea ad eos. Itaque dominus, redarguens eum, dicit, si vis perfectus esse, et cetera. Impossibile est enim implere mandatum quod dicit, diliges proximum tuum sicut teipsum, et esse divitem, et maxime, tantas possessiones habere. Quod est intelligendum de perfecta impletione huius praecepti. Imperfecte autem et communi modo verum est eum observasse praecepta. Perfectio enim principaliter in observantia praeceptorum caritatis consistit, ut supra habitum est. Ut ergo dominus ostenderet perfectionem consiliorum utilem esse et innocentibus et peccatoribus, non solum vocavit adolescentem innocentem, sed etiam Matthaeum peccatorem. Et tamen Matthaeus secutus est vocantem, non autem adolescens, quia facilius convertuntur ad religionem peccatores quam illi qui de sua innocentia praesumunt, quibus dicit dominus, Matth. XXI, publicani et meretrices praecedunt vos in regnum Dei.

 

[46653] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Girolamo commenta: "Il giovane nel dire: "Ho osservato tutte queste cose fin dalla mia giovinezza" non disse la verità. Infatti se avesse compiuto ciò che è imposto dal comandamento, "Amerai il prossimo tuo come te stesso", perché allora udendo quelle parole: "Va', vendi quanto hai e dallo ai poveri", se ne andò rattristato?".
Si deve però intendere che egli non disse la verità rispetto all'osservanza perfetta di questo comandamento. Infatti Origene riferisce, che "nel Vangelo degli Ebrei, dopo che il Signore gli ebbe detto, "Va' vendi quanto possiedi", il giovane ricco cominciò a grattarsi la testa. E il Signore gli domandò: "Come puoi dire: Ho adempiuto la legge e i profeti? Nella legge sta scritto: "Ama il prossimo tuo come te stesso"; ed ecco che molti dei tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di sterco e muoiono di fame; mentre la tua casa è piena di molte ricchezze, e niente da essa esce per loro". E quindi il Signore rimproverandolo gli disse: "Se vuoi essere perfetto, ecc.". È impossibile infatti adempiere il comandamento, "Ama il prossimo tuo come te stesso", e insieme essere ricco; e specialmente avere tanti possedimenti". - Ciò va inteso del perfetto adempimento di questo precetto. Perché in modo imperfetto e ordinario era vero che egli aveva osservato i comandamenti. E la perfezione consiste principalmente, come abbiamo visto sopra, nell'osservanza dei precetti della carità.
Perciò il Signore, per dimostrare che la perfezione dei consigli è utile agl'innocenti e ai peccatori, non chiamò soltanto il giovane innocente, ma anche Matteo peccatore. Matteo però corrispose alla chiamata, non così il giovane: poiché alla vita religiosa si convertono più facilmente i peccatori che quanti presumono della loro innocenza, ai quali il Signore ha detto: "I pubblicani e le meretrici andranno innanzi a voi nel regno dei cieli".

[46654] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 2
Ad secundum dicendum quod summum et infimum tripliciter accipi potest. Uno modo, in eodem statu et in eodem homine. Et sic manifestum est quod nemo repente fit summus, quia unusquisque recte vivens toto tempore vitae suae proficit, ut ad summum perveniat. Alio modo, per comparationem ad diversos status. Et sic non oportet ut quicumque vult ad superiorem statum pervenire, a minori incipiat, sicut non oportet ut qui vult esse clericus, prius in laicali vita exerceatur. Tertio modo, quantum ad diversas personas. Et sic manifestum est quod unus statim incipit, non solum ab altiori statu, sed etiam ab altiori gradu sanctitatis quam sit summum ad quod alius pervenit per totam vitam suam. Unde Gregorius dicit, in II Dialog., omnes cognoscant, Benedictus puer conversationis gratiam a quanta perfectione coepisset.

 

[46654] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 2
2. Di infimo e di sommo si può parlare in tre sensi diversi. Primo, in rapporto alla stessa persona. E allora è evidente che "nessuno di colpo arriva al sommo"; perché ogni persona virtuosa progredisce per tutto il tempo della vita, per giungere al sommo. - Secondo, in rapporto ai vari stati. E in tal senso non è necessario che chi vuol giungere a uno stato superiore incominci da quello più basso: chi vuol esser chierico, p. es., non è necessario che prima si eserciti nella vita laicale. - Terzo, in rapporto a persone diverse. E allora è evidente che uno può iniziare non solo da uno stato superiore, ma anche da un grado di santità più alto del grado sommo cui un altro è giunto con tutta la sua vita. Scrive infatti S. Gregorio: "Tutti sanno da quale grado di perfezione S. Benedetto iniziò da fanciullo la sua vita di santità".

[46655] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 3
Ad tertium dicendum quod, sicut supra dictum est, sacri ordines praeexigunt sanctitatem, sed status religionis est exercitium quoddam ad sanctitatem assequendam. Unde pondus ordinum imponendum est parietibus iam per sanctitatem desiccatis, sed pondus religionis desiccat parietes, idest homines, ab humore vitiorum.

 

[46655] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 3
3. Come sopra abbiamo detto, gli ordini sacri presuppongono la santità; mentre lo stato religioso è un tirocinio per raggiungerla. Perciò il peso degli ordini va imposto su mura già disseccate e assodate dalla santità: il peso invece della vita religiosa mira a disseccare le mura, cioè gli uomini, dall'amore dei vizi.

[46656] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 4
Ad quartum dicendum quod, sicut manifeste ex verbis illius Glossae apparet, principaliter loquitur de ordine doctrinae, prout transeundum est a facilioribus ad difficiliora. Unde quod dicit haereticos et schismaticos hunc ordinem pervertere, manifestum est ex sequentibus ad ordinem doctrinae pertinere. Sequitur enim, hic vero se servasse, scilicet praedictum ordinem, dicit, constringens se maledicto, sic, quasi, non modo in aliis fui humilis, sed etiam in scientia. Quia humiliter sentiebam, prius nutritus lacte, quod est verbum caro factum, ut sic crescerem ad panem Angelorum, idest ad verbum quod est in principio apud Deum. Exemplum autem quod in medio interponitur, quod noviter baptizatis non indicitur ieiunium usque ad Pentecosten, ostendit quod non sunt ex necessitate ad difficilia cogendi antequam per spiritum sanctum interius ad hoc instigentur ut difficilia propria voluntate assumant. Unde et post Pentecosten, post receptionem spiritus sancti, ieiunium celebrat Ecclesia. Spiritus autem sanctus, sicut Ambrosius dicit, super Luc., non arcetur aetatibus, non finitur morte, non excluditur alvo. Et Gregorius dicit, in homilia Pentecostes, implet citharaedum puerum, et Psalmistam facit, implet puerum abstinentem, et iudicem senum facit. Et postea subdit, nulla ad discendum mora agitur, omne quod voluerit, mox ut tetigerit mentem, docet. Et sicut dicitur Eccle. VIII, non est in hominis ditione prohibere spiritum. Et apostolus, I ad Thess. V, monet, spiritum nolite extinguere. Et Act. VII, contra quosdam dicitur, vos semper spiritui sancto restitistis.

 

[46656] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 4
4. Evidentemente la Glossa parla qui dell'ordine da seguire nell'insegnamento, che deve procedere dal più facile al più difficile. Perciò quando dice che gli eretici e gli scismatici pervertono quest'ordine, è chiaro dal contesto che si riferisce all'insegnamento. Essa infatti continua: "Il Salmista afferma di averlo osservato", l'ordine suddetto, "legandosi con uno scongiuro; e dicendo: Non solo io sono stato umile nelle altre cose, ma anche nel sapere. Poiché umilmente prima mi nutrii di latte, cioè del Verbo fatto carne, per poi crescere e cibarmi del pane degli angeli, cioè del Verbo che era in principio presso Dio".
L'esempio poi dei neo-battezzati, ai quali non viene imposto il digiuno fino a Pentecoste, dimostra che i neofiti non vanno obbligati fino a che non siano mossi interiormente dallo Spirito Santo ad accollarsi le cose difficili di spontanea volontà. Ecco perché la Chiesa indice il digiuno dopo Pentecoste, cioè dopo la discesa dello Spirito Santo. Ora, lo Spirito Santo, come dice S. Ambrogio, "non è impedito né dall'età, né dalla morte, né dal seno materno". E S. Gregorio afferma: "Discende su un fanciullo che suona la cetra e ne fa un salmista; scende su un bambino austero e ne fa un giudice degli anziani". E aggiunge: "Per insegnare egli non ha bisogno di tempo: come tocca un'anima le insegna tutto ciò che vuole". Nell'Ecclesiaste quindi si legge, che "non è in potere dell'uomo trattenere lo Spirito". E l'Apostolo ammonisce: "Non spegnete lo Spirito". Negli Atti poi si legge questo rimprovero contro certuni: "Voi resistete sempre allo Spirito Santo".

[46657] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 5
Ad quintum dicendum quod praeceptorum quaedam sunt principalia, quae sunt fines et praeceptorum et consiliorum, scilicet praecepta caritatis. Ad quae consilia ordinantur, non ita quod sine consiliis servari non possint, sed ut per consilia perfectius observentur. Alia vero sunt praecepta secundaria, quae ordinantur ad praecepta caritatis ut sine quibus caritatis praecepta observari non possunt omnino. Sic igitur perfecta observantia praeceptorum caritatis praecedit intentione consilia, sed interdum tempore sequitur. Hic est enim ordo finis respectu eorum quae sunt ad finem. Observantia vero praeceptorum caritatis secundum communem modum, et similiter alia praecepta, comparantur ad consilia sicut commune ad proprium, quia observantia praeceptorum potest esse sine consiliis, sed non convertitur. Sic ergo observantia praeceptorum communiter sumpta, praecedit naturae ordine consilia, non tamen oportet quod tempore, quia non est aliquid prius in genere quam sit in aliqua specierum. Observantia vero praeceptorum sine consiliis ordinatur ad observantiam praeceptorum cum consiliis sicut species imperfecta ad perfectam, sicut animal irrationale ad rationale. Perfectum autem est naturaliter prius imperfecto, natura enim, ut Boetius dicit, a perfectis sumit initium. Nec tamen oportet quod prius observentur praecepta sine consiliis et postea cum consiliis, sicut non oportet quod aliquis prius sit asinus quam sit homo, vel quod prius sit coniugatus quam sit virgo. Et similiter non oportet quod aliquis prius servet praecepta in saeculo quam transeat ad religionem, praesertim quia conversatio saecularis non disponit ad perfectionem religionis, sed magis impedit.

 

[46657] IIª-IIae, q. 189 a. 1 ad 5
5. Tra i precetti alcuni sono principali, e questi sono il fine dei precetti e dei consigli: tali sono appunto i precetti della carità. E ad essi sono ordinati i consigli, non perché non si possono osservare senza di questi, ma perché i consigli mirano alla perfetta osservanza di essi. Gli altri precetti, o comandamenti secondari, sono ordinati ai precetti della carità, in quanto senza di essi è assolutamente impossibile osservarli.
Quindi la perfetta osservanza dei precetti della carità intenzionalmente precede i consigli, cronologicamente però spesso li segue. Questo infatti è l'ordine del fine rispetto ai mezzi. - Invece l'osservanza ordinaria dei precetti della carità e degli altri comandamenti sta ai consigli come un dato più universale sta al dato più particolare: poiché l'osservanza dei comandamenti può stare senza i consigli, ma non viceversa. Perciò l'osservanza ordinaria dei comandamenti precede i consigli in ordine di natura; ma non in ordine di tempo, poiché una cosa non può sussistere in un dato genere prima di essere di una delle sue specie. - Però l'osservanza dei precetti senza i consigli è ordinata all'osservanza dei precetti con i consigli, come una specie meno perfetta è ordinata a quella più perfetta: come l'animale irragionevole, p. es., è ordinato a quello ragionevole. Ora, ciò che è perfetto per natura è superiore a ciò che è imperfetto: "la natura" infatti, a detta di Boezio, "prende inizio dalle cose perfette". Pertanto non è necessario che prima si osservino i precetti senza i consigli, e quindi con i consigli: come non è necessario che uno prima di essere un uomo sia un asino, e che prima di esser vergine uno sia coniugato. Parimente non è necessario che uno prima di entrare in religione osservi i comandamenti nella vita del secolo: specialmente perché la vita del secolo non predispone alla perfezione dello stato religioso, ma le è di ostacolo.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se uno si possa obbligare con voto a entrare in religione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 2

[46658] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 1
Ad secundum sic proceditur. Videtur quod non debeant aliqui voto obligari ad religionis ingressum. Per professionem enim aliquis voto religioni adstringitur. Sed ante professionem conceditur annus probationis, secundum regulam beati Benedicti, et secundum statutum Innocentii IV, qui etiam prohibuit, ante annum probationis completum, eos per professionem religioni adstringi. Ergo videtur quod multo minus adhuc in saeculo existentes debeant voto ad religionem obligari.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 2

[46658] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 1
SEMBRA che nessuno debba obbligarsi con voto a entrare in religione. Infatti:
1. Alla religione ci si lega mediante i voti fatti nella professione. Ora, prima della professione si concede un anno di prova, sia stando alla Regola di S. Benedetto, che al decreto di Innocenzo IV: il quale anzi proibisce di legarsi a un ordine religioso con la professione prima che sia finito l'anno di prova. Meno che mai quindi devono obbligarsi alla vita religiosa quelli che ancora sono nel secolo.

[46659] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 2
Praeterea, Gregorius dicit, in registro, et habetur in decretis, dist. XLV, quod Iudaei, non vi, sed libera voluntate ut convertantur suadendi sunt. Sed implere id quod vovetur, necessitatis est. Ergo non sunt aliqui obligandi ad religionis ingressum.

 

[46659] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 2
2. S. Gregorio afferma, che gli ebrei "non con la forza, bensì con tutta libertà devono essere persuasi a convertirsi". Ma adempiere ciò che si è promesso con voto è una necessità. Dunque, nessuno si deve obbligare ad entrare in religione.

[46660] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 3
Praeterea, nullus debet alteri praebere occasionem ruinae, unde Exod. XXI dicitur, si quis aperuerit cisternam, cecideritque bos vel asinus in eam, dominus cisternae reddet pretium iumentorum. Sed ex hoc quod aliqui obligantur ad religionem per votum, frequenter aliqui ruunt in desperationem et in diversa peccata. Ergo videtur quod non sint aliqui ad religionis ingressum voto obligandi.

 

[46660] IIª-IIae, q. 189 a. 2 arg. 3
3. Nessuno deve offrire ad altri occasione di rovina; infatti nell'Esodo si legge: "Se uno avrà aperto una cisterna, e un bove o un asino vi sarà caduto dentro, il padrone della cisterna pagherà il prezzo di quegli animali". Ora, per essersi obbligato con voto alla vita religiosa, capita spesso che qualcuno cade nella disperazione e in vari peccati. Dunque nessuno deve obbligarsi con voto a entrare nella vita religiosa.

[46661] IIª-IIae, q. 189 a. 2 s. c.
Sed contra est quod in Psalmo dicitur, vovete, et reddite domino Deo vestro, ubi dicit Glossa quod quaedam sunt vota propria singulorum, ut castitas, virginitas et huiusmodi, ad haec ergo vovenda nos invitat. Sed Scriptura sacra non invitat nisi ad id quod est melius. Ergo melius est quod aliquis voto se obliget ad religionis ingressum.

 

[46661] IIª-IIae, q. 189 a. 2 s. c.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge: "Fate voti al Signore Dio vostro e adempiteli"; e la Glossa spiega, che "ci sono dei voti individuali, come la castità, la verginità e simili: ebbene, la Scrittura invita a fare questi voti". Ma la Sacra Scrittura non invita se non a cose migliori. Dunque è meglio che uno si obblighi con voto ad entrare in religione.

[46662] IIª-IIae, q. 189 a. 2 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, cum de voto ageretur, unum et idem opus ex voto factum est laudabilius quam si sine voto fiat. Tum quia vovere est actus religionis, quae habet quandam excellentiam inter virtutes. Tum quia per votum firmatur voluntas hominis ad bonum faciendum, et sicut peccatum est gravius ex hoc quod procedit ex voluntate obstinata in malum, ita bonum opus est laudabilius ex hoc quod procedit ex voluntate confirmata in bonum per votum. Et ideo obligari voto ad religionis ingressum est secundum se laudabile.

 

[46662] IIª-IIae, q. 189 a. 2 co.
RISPONDO: Come abbiamo già detto parlando del voto, l'identica opera fatta in adempimento di un voto ha più valore che se è fatta senza di esso. Sia perché il voto è un atto della virtù di religione, la quale tra le virtù ha una certa eccellenza. Sia perché il voto rafforza la volontà umana nel compimento del bene: e come un peccato è più grave, se deriva da una volontà ostinata nel male; così un'opera buona ha più valore, se deriva da una volontà confermata nel bene mediante il voto. Perciò obbligarsi con voto a entrare in religione di suo è cosa lodevole.

[46663] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod duplex est religionis votum. Unum solemne, quod hominem facit monachum vel alterius religionis fratrem, quod vocatur professio. Et tale votum debet praecedere annus probationis, ut probat obiectio. Aliud autem est votum simplex, ex quo aliquis non fit monachus vel religiosus, sed solum obligatus ad religionis ingressum. Et ante tale votum non oportet praecedere probationis annum.

 

[46663] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ci sono due tipi di voti riguardanti la vita religiosa. Il primo è il voto solenne che costituisce monaci o frati di un dato ordine: e questo si fa con la professione. E tale voto deve essere preceduto dall'anno di prova, come l'obiezione dimostra. - Il secondo è un voto semplice, per il quale non si diventa monaci o religiosi, ma ci si obbliga soltanto a entrare nella vita religiosa. E prima di questo voto non è necessario un anno di prova.

[46664] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 2
Ad secundum dicendum quod auctoritas illa Gregorii intelligitur de violentia absoluta. Necessitas autem quae ex obligatione voti requiritur, non est necessitas absoluta, sed necessitas ex fine, quia scilicet, post votum, non potest aliquis finem salutis consequi nisi impleat votum. Talis autem necessitas non est vitanda, quinimmo, ut Augustinus dicit, ad Armentarium et Paulinam, felix est necessitas quae ad meliora transmittit.

 

[46664] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 2
2. Quel testo di S. Gregorio si riferisce alla violenza vera e propria. Invece la necessità che nasce dall'obbligo del voto non è una necessità assoluta, ma una necessità condizionata, cioè rispetto al fine: nel senso che dopo il voto uno non può raggiungere il fine della salvezza, senza adempiere il voto. Ora, questa necessità non va evitata: "è beata", anzi, a detta di S. Agostino, "questa necessità che ci solleva a cose migliori".

[46665] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 3
Ad tertium dicendum quod vovere religionis ingressum est quaedam confirmatio voluntatis ad meliora. Et ideo, quantum est de se, non dat homini occasionem ruinae, sed magis subtrahit. Sed si aliquis voti transgressor gravius ruat, hoc non derogat bonitati voti, sicut nec derogat bonitati Baptismi quod aliqui post Baptismum gravius peccant.

 

[46665] IIª-IIae, q. 189 a. 2 ad 3
3. Far voto di entrare in religione è fortificare la volontà nel bene. Perciò di suo questo non dà all'uomo occasione di rovina, ma è piuttosto una salvaguardia. Se poi uno col trasgredire il voto pecca più gravemente, ciò non infirma la bontà del voto: come non infirma la bontà del battesimo il fatto che dopo il battesimo si pecca più gravemente.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se chi si è obbligato con voto a entrare in religione sia tenuto a entrarvi


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 3

[46666] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 1
Ad tertium sic proceditur. Videtur quod ille qui obligatus est voto ad religionis ingressum, non teneatur intrare. Dicitur enim in decretis, XVII, qu. II, Consaldus presbyter, quondam infirmitatis passione pressus, monachum se fieri promisit, non tamen monasterio aut abbati se tradidit, nec promissionem scripsit, sed beneficium Ecclesiae in manu advocati refutavit, ac postquam convaluit, monachum se negavit fieri. Et postea subdit, iudicamus ut praefatus presbyter beneficium et altaria recipiat et quiete retineat. Hoc autem non esset, si teneretur religionem intrare. Ergo videtur quod non teneatur aliquis implere votum quo se ad religionis ingressum obligavit.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 3

[46666] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 1
SEMBRA che chi si è obbligato con voto a entrare nella vita religiosa non sia tenuto a entrarvi. Infatti:
1. Nel Decreto (di Graziano) si legge: "Il prete Consaldo, colpito da malattia, ha promesso di farsi monaco; tuttavia egli non si è offerto a nessun monastero, e a nessun abate, e non ha sottoscritto nessuna promessa; ma solo rinunziò in mano di un avvocato al proprio beneficio. Dopo la malattia egli rifiuta di farsi monaco". E più in basso, ecco la soluzione: "Decretiamo che il prete suddetto ritenga pacificamente il suo beneficio e la sua chiesa". Ora, questo non sarebbe ammissibile se egli fosse tenuto a entrare in religione. Dunque non si è tenuti a osservare il voto fatto di entrare in religione.

[46667] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 2
Praeterea, nullus tenetur facere id quod non est in sua potestate. Sed quod aliquis religionem ingrediatur, non est in potestate ipsius, sed requiritur ad hoc assensus eorum ad quos debet transire. Ergo videtur quod non teneatur aliquis implere votum quo se ad religionis ingressum obligavit.

 

[46667] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 2
2. Nessuno è tenuto a fare quello che non è in suo potere. Ma entrare in religione non è in potere di chi vi aspira, ché si richiede il consenso di chi deve riceverlo. Perciò uno non è tenuto ad adempiere il voto con cui si è obbligato a entrare in religione.

[46668] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 3
Praeterea, per votum minus utile non potest derogari voto magis utili. Sed per impletionem voti religionis impediri posset impletio voti crucis in subsidium terrae sanctae, quod videtur esse utilius, quia per hoc votum consequitur homo remissionem peccatorum. Ergo videtur quod votum quo quis se obligavit ad religionis ingressum, non sit ex necessitate implendum.

 

[46668] IIª-IIae, q. 189 a. 3 arg. 3
3. Non si può impedire con un voto meno utile un voto più utile. Ora, adempiendo il voto di entrare in religione si viene a impedire il voto di prendere la Croce in difesa della Terra Santa: il quale è più utile, perché con esso si ottiene la remissione di tutti i peccati. Dunque il voto di entrare in religione non è strettamente obbligatorio.

[46669] IIª-IIae, q. 189 a. 3 s. c.
Sed contra est quod dicitur Eccle. V, si quid vovisti Deo, ne moreris reddere, displicet enim Deo infidelis et stulta promissio. Et super illud Psalmi, vovete et reddite domino Deo vestro, dicit Glossa, vovere voluntati consulitur, sed post voti promissionem, redditio necessario exigitur.

 

[46669] IIª-IIae, q. 189 a. 3 s. c.
IN CONTRARIO: Nell'Ecclesiaste si legge: "Quando hai fatto voto a Dio, non tardare a compierlo, perché dispiace a lui la promessa infedele e stolta". E commentando quel testo dei Salmi: "Fate voti al Signore Dio vostro e adempiteli", la Glossa ammonisce: "Far voto è semplicemente consigliato; ma quando si è fatto, si esige rigorosamente che si stia alla promessa".

[46670] IIª-IIae, q. 189 a. 3 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, cum de voto ageretur, votum est promissio Deo facta de his quae ad Deum pertinent. Ut autem Gregorius dicit, in epistola ad Bonifacium, si inter homines solent bonae fidei contractus nulla ratione dissolvi, quanto magis ista pollicitatio quam cum Deo pepigit, solvi sine vindicta non poterit. Et ideo ad implendum id quod homo vovit, ex necessitate tenetur, dummodo sit aliquid quod ad Deum pertineat. Manifestum est autem quod ingressus religionis maxime ad Deum pertinet, quia per hoc homo totaliter se mancipat divinis obsequiis, ut ex supra dictis patet. Unde relinquitur quod ille qui se obligat ad religionis ingressum, teneatur religionem ingredi, secundum quod se voto obligare intendit, ita scilicet quod, si intendit se absolute obligare, tenetur quam citius poterit ingredi, legitimo impedimento cessante; si autem ad certum tempus, vel sub certa conditione, tenetur religionem ingredi tempore adveniente, vel conditione existente.

 

[46670] IIª-IIae, q. 189 a. 3 co.
RISPONDO: Il voto, noi l'abbiamo già visto in precedenza, è una promessa fatta a Dio di cose riguardanti il suo servizio. Ora, come nota S. Gregorio, "se i contratti fatti in buona fede tra uomini non si possono sciogliere per nessun motivo, in che modo si potrà mancare senza castigo alla promessa fatta a Dio?". Perciò si è tenuti rigorosamente ad adempiere i voti fatti, purché si tratti di cose riguardanti Dio. Ora, è evidente che l'entrata in religione riguarda soprattutto Dio: perché con essa uno si consacra totalmente al divino servizio, come sopra abbiamo visto. Perciò chi si obbliga a entrare in religione è tenuto a entrarvi secondo l'intenzione fatta col voto: cosicché se uno ha inteso di obbligarsi in modo assoluto, quanto prima è tenuto a entrarvi, una volta cessati gl'impedimenti; se invece si è obbligato a farlo dopo un certo tempo, o una data condizione, è tenuto a entrare in religione allo scadere del tempo, o al verificarsi della condizione.

[46671] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod ille presbyter non fecerat votum solemne, sed simplex. Unde non erat monachus effectus, ut cogi deberet de iure in monasterio remanere et Ecclesiam dimittere. Tamen in foro conscientiae esset sibi consulendum quod, omnibus dimissis, religionem intraret. Unde extra, de voto et voti Redempt., cap. per tuas, consulitur episcopo Gratianopolitano, qui post votum religionis episcopatum assumpserat, voto non impleto, ut, si suam sanare desideraret conscientiam, regimen Ecclesiae resignaret, et redderet altissimo vota sua.

 

[46671] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il prete suddetto non aveva fatto i voti solenni, ma un voto semplice. Quindi non era diventato monaco, così da essere obbligato per legge a vivere in monastero, e ad abbandonare la parrocchia. Però in coscienza egli avrebbe dovuto abbandonare ogni cosa ed entrare in religione. Infatti in una Decretale si consiglia al vescovo di Grenoble, il quale aveva ricevuto l'episcopato dopo aver fatto voto di entrare in religione, senza averlo adempiuto, che "per acquietare la sua coscienza lasciasse il governo della diocesi e adempisse il voto fatto all'Altissimo".

[46672] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut supra dictum est, cum de voto ageretur, ille qui se voto obligavit ad certae religionis ingressum, tenetur facere quantum in se est ut in illa religione recipiatur. Et si quidem intendit se simpliciter ad religionem obligare, si non recipitur in una religione, tenetur ire ad aliam. Si vero intendit se obligare specialiter ad unam solum, non tenetur nisi secundum modum suae obligationis.

 

[46672] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 2
2. Come abbiamo già visto nel trattare del voto, chi si è obbligato con voto a entrare in un dato ordine, è tenuto a fare tutto il possibile per entrarvi. E se ha inteso di obbligarsi semplicemente alla vita religiosa, se non viene ricevuto in un ordine, è tenuto a tentare in un altro. Se invece ha inteso obbligarsi a entrare in un ordine determinato, è tenuto soltanto a ciò che ha promesso.

[46673] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 3
Ad tertium dicendum quod votum religionis, cum sit perpetuum, est maius quam votum peregrinationis terrae sanctae, quod est temporale. Et sicut Alexander III dicit, et habetur extra, de voto et voti Redempt., reus fracti voti aliquatenus non habetur qui temporale obsequium in perpetuam noscitur religionis observantiam commutare. Rationabiliter autem dici potest quod etiam per ingressum religionis aliquis consequatur remissionem omnium peccatorum. Si enim aliquibus eleemosynis factis homo potest statim satisfacere de peccatis suis, secundum illud Dan. IV, peccata tua eleemosynis redime; multo magis in satisfactionem pro omnibus peccatis sufficit quod aliquis se totaliter divinis obsequiis mancipet per religionis ingressum, quae excedit omne genus satisfactionis, etiam publicae poenitentiae, ut habetur in decretis, XXXIII Caus., qu. II, cap. admonere; sicut etiam holocaustum excedit sacrificium, ut Gregorius dicit, super Ezech. Unde in vitis patrum legitur quod eandem gratiam consequuntur religionem ingredientes quam consequuntur baptizati. Si tamen non absolverentur per hoc ab omni reatu poenae, nihilominus ingressus religionis utilior est quam peregrinatio terrae sanctae quantum ad promotionem in bonum, quae praeponderat absolutioni a poena.

 

[46673] IIª-IIae, q. 189 a. 3 ad 3
3. I voti religiosi, essendo perpetui, sono superiori al voto di andare in Terra Santa, che è solo temporaneo. Di qui le parole di Alessandro III: "Chi muta un servizio temporaneo con l'osservanza perpetua della vita religiosa in nessun modo ha violato il suo voto".
Del resto si può sostenere con valide ragioni che si ottiene la remissione di tutti i peccati anche con l'entrata in religione. Se infatti uno può subito soddisfare per i suoi peccati con delle elemosine, secondo le parole di Daniele: "Riscattati con elemosine dai tuoi peccati"; a maggior ragione basterà a soddisfare per tutti i peccati il fatto che uno si consacra totalmente al servizio di Dio abbracciando la vita religiosa, la quale supera ogni genere di soddisfazioni, e di pubbliche penitenze, come si rileva dal Decreto (di Graziano); e cioè a detta di S. Gregorio, come l'olocausto supera il sacrificio. Ecco perché nelle Vitae Patrum si legge che chi entra in religione riceve la stessa grazia che si ottiene col battesimo.
E anche se non ci fosse la remissione di tutta la pena dovuta ai peccati, tuttavia entrare nella vita religiosa sarebbe sempre superiore al pellegrinaggio in Terra Santa per l'avanzamento nel bene: il quale avanzamento è più importante della remissione della pena.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 4

[46674] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 1
Ad quartum sic proceditur. Videtur quod ille qui vovet religionem ingredi, teneatur perpetuo in religione permanere. Melius est enim religionem non ingredi quam post ingressum exire, secundum illud II Pet. II, melius erat illis veritatem non cognoscere quam post agnitam retroire. Et Luc. IX dicitur, nemo mittens manum ad aratrum et aspiciens retro, aptus est regno Dei. Sed ille qui voto se obligavit ad religionis ingressum, tenetur ingredi, ut dictum est. Ergo etiam tenetur perpetuo remanere.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 4

[46674] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 1
SEMBRA che chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre. Infatti:
1. È meglio non entrare in religione che uscire dopo esserci entrati, secondo le parole di S. Pietro: "Meglio sarebbe stato per loro non conoscere la verità, anziché dopo averla conosciuta tornare indietro". E nel Vangelo si legge: "Chiunque, dopo aver messo mano all'aratro volge indietro lo sguardo, non è adatto al regno di Dio". Ma chi si è obbligato a entrare in religione è tenuto a entrarvi, come abbiamo dimostrato nell'articolo precedente. Dunque egli è tenuto anche a restarvi per sempre.

[46675] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 2
Praeterea, quilibet debet vitare id ex quo scandalum sequitur et aliis datur malum exemplum. Sed ex hoc quod aliquis, post religionis ingressum, egreditur et ad saeculum redit, malum exemplum et scandalum aliis generatur, qui retrahuntur ab ingressu et provocantur ad exitum. Ergo videtur quod ille qui ingreditur religionem ut votum impleat quod prius fecit, teneatur ibi perpetuo remanere.

 

[46675] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 2
2. Si è tenuti sempre a evitare ciò che dà scandalo e cattivo esempio ad altri. Ma il fatto che uno dopo essere entrato in religione ne esce per tornare nel secolo, dà cattivo esempio e scandalo agli altri, i quali vengono distolti dalla vita religiosa, o sono spinti ad uscirne. Perciò chi entra in religione, per adempiere un voto fatto in precedenza, è tenuto a restarvi per sempre.

[46676] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 3
Praeterea, votum religionis reputatur votum perpetuum, et ideo temporalibus votis praefertur, ut dictum est. Hoc autem non esset, si aliquis, voto religionis emisso, ingrederetur cum proposito exeundi. Videtur ergo quod ille qui vovet religionis ingressum, teneatur in religione etiam perpetuo remanere.

 

[46676] IIª-IIae, q. 189 a. 4 arg. 3
3. il voto di farsi religiosi è da considerarsi perpetuo, e per questo, come si è detto, è superiore ai voti temporanei. Ora, questo non sarebbe vero, se uno, dopo averne fatto voto, entrasse in religione con il proposito di uscirne. Dunque chi ha fatto voto di entrare in religione è anche tenuto a rimanervi in perpetuo.

[46677] IIª-IIae, q. 189 a. 4 s. c.
Sed contra est, quia votum professionis, propter hoc quod obligat hominem ad hoc quod perpetuo in religione remaneat, praeexigit annum probationis, qui non praeexigitur ad votum simplex quo aliquis se obligat ad religionis ingressum. Ergo videtur quod ille qui vovet religionem intrare, propter hoc non teneatur ibi perpetuo remanere.

 

[46677] IIª-IIae, q. 189 a. 4 s. c.
IN CONTRARIO: I voti che si fanno nella professione, proprio perché obbligano a restare per sempre in religione, devono essere preceduti da un anno di prova; ma questo non è richiesto dal voto semplice, con il quale uno si obbliga a entrare in religione. Perciò chi fa il voto di entrare in religione non è tenuto per questo a restarvi per sempre.

[46678] IIª-IIae, q. 189 a. 4 co.
Respondeo dicendum quod obligatio voti ex voluntate procedit, nam vovere voluntatis est, ut Augustinus dicit. In tantum ergo fertur obligatio voti in quantum se extendit voluntas et intentio voventis. Si igitur vovens intendit se obligare non solum ad ingressum religionis, sed ad perpetuo remanendum, tenetur perpetuo remanere. Si autem intendit se obligare ad ingressum religionis causa experiendi, cum libertate remanendi vel non remanendi, manifestum est quod remanere non tenetur. Si vero in vovendo simpliciter de ingressu religionis cogitavit, absque hoc quod cogitaret de libertate exitus vel de perpetuitate remanendi, videtur obligari ad ingressum secundum formam iuris communis, quae est ut ingredientibus detur probationis annus. Unde non tenetur perpetuo in religione remanere.

 

[46678] IIª-IIae, q. 189 a. 4 co.
RISPONDO: L'obbligo derivante da un voto dipende dalla volontà: poiché "far voto è un atto di volontà", come dice S. Agostino. Perciò l'obbligo si estende secondo la volontà e l'intenzione di chi fa il voto. Se costui intende di obbligarsi non solo a entrare in religione, ma a restarvi per sempre, egli è tenuto a restarvi. - Se invece intende di obbligarsi a entrarvi per provare, conservando la libertà di rimanere o di uscirne, è evidente che non è tenuto a restarvi. - Se invece nel fare il voto uno ha pensato semplicemente di entrare nella vita religiosa, senza pensare alla possibilità di uscirne o di restarvi per sempre, sembra che egli sia tenuto ad entrare secondo la legge comune, la quale concede ai postulanti un anno di prova. Perciò in tal caso non si è tenuti a restare in religione per sempre.

[46679] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod melius est intrare religionem animo probandi, quam penitus non intrare, quia per hoc disponitur ad perpetuo remanendum. Nec tamen intelligitur aliquis retro ire vel aspicere, nisi quando praetermittit id ad quod se obligavit. Alioquin quicumque per aliquod tempus facit aliquod bonum opus, si non semper id faciat, esset ineptus regno Dei, quod patet esse falsum.

 

[46679] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È meglio entrare in religione con l'idea di provare, che non entrarvi affatto; perché in tal modo uno può disporsi a rimanervi per sempre. E non si dica per questo che uno torna o guarda indietro, ma solo quando lascia di compiere ciò cui si era obbligato. Altrimenti chiunque per un certo tempo fa un'opera buona, sarebbe inadatto per il regno di Dio, se poi non continuasse a farla sempre: il che evidentemente è falso.

[46680] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 2
Ad secundum dicendum quod ille qui religionem ingreditur, si exeat, praesertim ex aliqua rationabili causa, non generat scandalum nec dat malum exemplum. Et si alius scandalizatur, erit scandalum passivum ex parte eius, non autem scandalum activum ex parte exeuntis, quia fecit quod licitum erat ei facere, et quod expediebat propter rationabilem causam, puta infirmitatem aut debilitatem aut aliquid huiusmodi.

 

[46680] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 2
2. Se chi è entrato in religione, è poi costretto a uscirne, specialmente se per cause ragionevoli, non genera scandalo e non dà cattivo esempio. E se altri si scandalizzano è uno scandalo passivo da parte di costoro, non uno scandalo attivo da parte di chi esce: perché questi ha fatto quanto gli era lecito fare ed era richiesto da una causa ragionevole, come la malattia, la debolezza o altre cose del genere.

[46681] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 3
Ad tertium dicendum quod ille qui intrat ut statim exeat, non videtur satisfacere voto suo, quia ipse in vovendo hoc non intendit. Et ideo tenetur mutare propositum, ut saltem velit experiri an ei expediat in religione remanere. Non autem tenetur ad perpetuo remanendum.

 

[46681] IIª-IIae, q. 189 a. 4 ad 3
3. Chi entra per uscirne subito evidentemente non soddisfa al suo voto: perché nel farlo non intendeva questo. Egli perciò è tenuto a mutare proposito, e a provare se la vita religiosa è conveniente per lui. Però egli non è tenuto a rimanervi per sempre.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se nella vita religiosa si debbano ricevere i fanciulli


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 5

[46682] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 1
Ad quintum sic proceditur. Videtur quod pueri non sint recipiendi in religione. Quia extra, de regularibus et Transeunt. ad Relig., dicitur, nullus tondeatur, nisi legitima aetate et spontanea voluntate. Sed pueri non videntur habere legitimam aetatem nec spontaneam voluntatem, quia non habent perfecte usum rationis. Ergo videtur quod non sint in religione recipiendi.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 5

[46682] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 1
SEMBRA che nella vita religiosa non si debbano ricevere i fanciulli. Infatti:
1. Nei Canoni si legge: "Nessuno riceva la tonsura monastica senza l'età legittima e la sua spontanea volontà". Ma i fanciulli non hanno né l'età legittima, né spontanea volontà: non avendo perfettamente l'uso di ragione. Dunque essi non devono essere ammessi alla vita religiosa.

[46683] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 2
Praeterea, status religionis videtur esse status poenitentiae, unde et religio dicitur a religando vel reeligendo, ut Augustinus dicit, X de Civ. Dei. Sed pueris non convenit poenitentia. Ergo videtur quod non debeant religionem intrare.

 

[46683] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 2
2. Lo stato religioso è uno stato di penitenza; ché, a detta di S. Agostino, religione viene da religare, o da reeligere. Ma ai fanciulli non si addice la penitenza. Quindi essi non devono entrare in religione.

[46684] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 3
Praeterea, sicut aliquis obligatur iuramento, ita et voto. Sed pueri, ante annos quatuordecim, non debent obligari iuramento, ut habetur in decretis, XXII Caus., qu. V, cap. pueri, et cap. honestum. Ergo videtur quod nec etiam sint voto obligandi.

 

[46684] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 3
3. L'obbligo del voto è pari a quello del giuramento. Ora, i fanciulli prima di quattordici anni non devono essere obbligati al giuramento, come si legge nei Canoni. Perciò neppure devono obbligarsi con i voti.

[46685] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 4
Praeterea, illicitum videtur esse obligare aliquem tali obligatione quae posset iuste irritari. Sed si aliqui impuberes obligant se religioni, possunt retrahi a parentibus vel tutoribus, dicitur enim in decretis, XX Caus., qu. II, quod puella si ante duodecim aetatis annos sponte sua sacrum velamen assumpserit, possunt statim parentes eius vel tutores id factum irritum facere, si voluerint. Illicitum est ergo pueros, praesertim ante pubertatis annos, ad religionem recipere vel obligare.

 

[46685] IIª-IIae, q. 189 a. 5 arg. 4
4. È illecito assumere un obbligo che giustamente può essere annullato. Ma se i fanciulli si obbligano alla vita religiosa, a norma dei Canoni possono esserne distolti dai genitori e dai tutori, poiché è prescritto che "se una bambina inferiore ai dodici anni ha preso il velo monacale di sua spontanea volontà, i genitori, o i tutori possono subito, se vogliono, annullare la sua decisione". Dunque è illecito che i fanciulli, specialmente prima degli anni della pubertà, si diano o si obblighino alla vita religiosa.

[46686] IIª-IIae, q. 189 a. 5 s. c.
Sed contra est quod dominus, Matth. XIX, dicit, sinite parvulos, et nolite eos prohibere venire ad me. Quod exponens Origenes, super Matth., dicit quod discipuli Iesu, priusquam discant rationem iustitiae, reprehendunt eos qui pueros et infantes offerunt Christo, dominus autem exhortatur discipulos suos condescendere utilitatibus puerorum. Hoc ergo attendere debemus, ne, aestimatione sapientiae excellentioris, contemnamus, quasi magni, pusillos Ecclesiae, prohibentes pueros venire ad Iesum.

 

[46686] IIª-IIae, q. 189 a. 5 s. c.
IN CONTRARIO: Il Signore ha detto: "Lasciate stare i fanciulli e non impedite loro di venire a me". E Origene spiega: "I discepoli di Gesù, prima di aver compreso che cosa è la giustizia, riprendono coloro che offrivano a Cristo i fanciulli e i bambini: ma il Signore li esorta a soddisfare alle esigenze dei fanciulli. Perciò noi dobbiamo stare attenti a non disprezzare, stimandoci grandi con la pretesa di una più alta sapienza, i piccoli della Chiesa, impedendo ai fanciulli di avvicinarsi a Gesù".

[46687] IIª-IIae, q. 189 a. 5 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, duplex est religionis votum. Unum simplex, quod consistit in sola promissione Deo facta, quae ex interiori mentis deliberatione procedit. Et hoc votum habet efficaciam ex iure divino. Quae tamen dupliciter tolli potest. Uno modo, per defectum deliberationis, ut patet in furiosis, quorum vota non sunt obligatoria, ut habetur extra, de regularibus et Transeunt. ad Relig., cap. sicut tenor. Et eadem est ratio de pueris qui nondum habent debitum usum rationis, per quem sunt doli capaces, quem quidem pueri habent, ut frequentius, circa quartumdecimum annum, puellae vero circa duodecimum, qui dicuntur anni pubertatis. In quibusdam tamen anticipatur, et in quibusdam tardatur, secundum diversam dispositionem naturae. Alio modo impeditur efficacia simplicis voti, si aliquis Deo voveat quod non est propriae potestatis, puta si servus, etiam usum rationis habens, voveat se religionem intrare, aut etiam ordinetur, ignorante domino; potest enim hoc dominus revocare, ut habetur in decretis, dist. LIV, cap. si servus. Et quia puer vel puella, infra pubertatis annos, naturaliter sunt in potestate patris quantum ad dispositionem suae vitae, poterit pater votum eorum revocare vel acceptare, si sibi placuerit, ut expresse dicitur de muliere, Num. XXX. Sic igitur si puer, ante annos pubertatis, simplex votum emittat, antequam habeat plenum usum rationis, non obligatur ex voto. Si autem habeat usum rationis ante annos pubertatis, obligatur quidem quantum in se est, ex suo voto, tamen potest obligatio removeri per auctoritatem patris, in cuius potestate adhuc existit; quia ordinatio legis, qua unus homo subditur alteri, respicit id quod in pluribus accidit. Si vero annos pubertatis excedat, non potest revocari auctoritate parentum; si tamen nondum haberet plenum usum rationis, non obligaretur quoad Deum. Aliud autem est votum solemne, quod facit monachum vel religiosum. Quod quidem subditur ordinationi Ecclesiae, propter solemnitatem quam habet annexam. Et quia Ecclesia respicit id quod in pluribus est, professio ante tempus pubertatis facta, quantumcumque aliquis habeat usum rationis plenum, ut sit doli capax, non habet suum effectum, ut faciat profitentem esse iam religiosum. Et tamen, licet ante annos pubertatis profiteri non possint, possunt tamen, cum voluntate parentum, in religione recipi ut nutriantur ibidem, sicut de Ioanne Baptista legitur, Luc. I, quod puer crescebat, et confortabatur spiritu, et erat in desertis. Unde, sicut Gregorius dicit, in II Dialog., beato Benedicto Romani nobiles suos filios omnipotenti Deo nutriendos dare coeperunt. Quod est valde expediens, secundum illud Thren. III, bonum est viro cum portaverit iugum ab adolescentia sua. Unde ex communi consuetudine pueri applicantur illis officiis vel artibus in quibus sunt vitam acturi.

 

[46687] IIª-IIae, q. 189 a. 5 co.
RISPONDO: Due sono i tipi di voto che riguardano la vita religiosa, come abbiamo già notato. C'è il voto semplice che consiste nella sola promessa fatta a Dio, la quale procede dalla sola deliberazione interiore dell'anima. E questo voto vale solo (in coscienza) per la legge di Dio. Tuttavia questa sua efficacia può venir meno per due motivi. Primo, per difetto di deliberazione: il che è evidente nel caso dei pazzi, i cui voti non sono obbligatori come si legge nelle Decretali. E in questa condizione si trovano anche i bambini che ancora non hanno il perfetto uso di ragione, così da essere capaci di malizia: uso che i ragazzi per lo più raggiungono intorno ai quattordici anni, e le bambine intorno ai dodici, che son chiamati "gli anni della pubertà". In alcuni però esso è anticipato, e in altri è ritardato, conforme alle diverse disposizioni naturali. - Secondo, l'efficacia del voto semplice viene a mancare nel caso in cui uno promette al Signore cose che non sono in suo potere: se uno schiavo, p. es., pur avendo l'uso di ragione fa voto di entrare in religione, o accede agli ordini sacri all'insaputa del padrone; infatti in tal caso il padrone può annullare questi atti, come si legge nel Decreto (di Graziano). E poiché il fanciullo e la fanciulla al disotto degli anni della pubertà sono per natura sotto il dominio del padre quanto a disporre della loro vita, il padre può annullare o accettare il loro voto, se a lui piace: come nel libro dei Numeri si dice espressamente a proposito della donna.
Se quindi un fanciullo prima degli anni della pubertà ha fatto un voto semplice, senza avere ancora il perfetto uso di ragione, non è obbligato dal voto. - Se egli invece ha l'uso di ragione prima della pubertà, di suo è obbligato dal voto; tuttavia l'obbligo può essere annullato dall'autorità del padre, sotto la quale ancora si trova: poiché la disposizione di legge per cui un uomo è soggetto all'altro considera ciò che avviene nella maggioranza dei casi. - Se invece uno ha superato gli anni della pubertà, il voto non può essere annullato dall'autorità dei genitori; se però non avesse ancora raggiunto il perfetto uso di ragione, davanti a Dio non sarebbe obbligato.
Il secondo tipo di voto è quello solenne, che costituisce monaci o religiosi. E questo è regolato dalla legge ecclesiastica, per la solennità che vi è annessa. E poiché la Chiesa considera ciò che avviene nella maggioranza dei casi, la professione fatta prima della pubertà, per quanto uno abbia il perfetto uso di ragione, e sia capace di malizia, non ha il suo effetto di rendere chi lo emette un vero religioso.
Tuttavia, sebbene i fanciulli non possano professare prima della pubertà, possono però essere accolti in una comunità religiosa con il consenso dei genitori, per esservi educati; come si legge di S. Giovanni Battista: "Il bambino cresceva e si fortificava in spirito, e stava nel deserto". Ecco perché, come narra S. Gregorio, "i nobili romani cominciarono a offrire i loro figli a S. Benedetto, perché li educasse per l'Onnipotente Iddio". E ciò è molto opportuno, secondo le parole della Scrittura: "È bene per l'uomo aver portato il giogo sin dalla sua fanciullezza". Si è soliti infatti applicare i fanciulli a quegli uffici e a quei mestieri che essi devono esercitare tutta la vita.

[46688] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod legitima aetas ad hoc quod aliquis tondeatur cum voto solemni religionis, est tempus pubertatis, in quo homo potest uti spontanea voluntate. Sed ante annos pubertatis potest esse legitima aetas ad hoc quod aliquis tondeatur in religione nutriendus.

 

[46688] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'età legittima per ricevere la tonsura con i voti solenni della vita religiosa è il tempo della pubertà, in cui uno può disporre spontaneamente del suo volere. Ma l'età legittima per entrare in religione allo scopo di esservi educati può precedere gli anni della pubertà.

[46689] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 2
Ad secundum dicendum quod religionis status principaliter ordinatur ad perfectionem consequendam, ut supra habitum est. Et secundum hoc, convenit pueris, qui de facili imbuuntur. Ex consequenti autem dicitur esse status poenitentiae, inquantum per observantiam religionis peccatorum occasiones tolluntur, ut supra dictum est.

 

[46689] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 2
2. Lo stato religioso è ordinato principalmente a raggiungere la perfezione, come sopra abbiamo visto. E da questo lato si addice ai fanciulli, i quali si possono modellare facilmente. Solo di conseguenza esso è uno stato penitenziale, perché con le osservanze religiose si eliminano le occasioni di peccato, come abbiamo notato sopra.

[46690] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 3
Ad tertium dicendum quod pueri, sicut non coguntur ad iurandum, ut canon dicit, ita non coguntur ad vovendum. Si tamen voto vel iuramento se adstrinxerint ad aliquid faciendum, obligantur quoad Deum, si habeant usum rationis, licet non obligentur quoad Ecclesiam ante quatuordecim annos.

 

[46690] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 3
3. I fanciulli come non sono obbligati a giurare, così non vengono obbligati a far voti. Se però essi si obbligano con giuramento a fare qualche cosa, sono obbligati dinanzi a Dio, se hanno l'uso di ragione: sebbene per la Chiesa non siano obbligati prima dei quattordici anni.

[46691] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 4
Ad quartum dicendum quod Num. XXX non reprehenditur mulier in puellari aetate constituta, si voveat absque consensu parentum, potest tamen revocari a parentibus. Ex quo patet quod non peccat vovendo, sed intelligitur se voto obligare quantum in se est, absque praeiudicio auctoritatis paternae.

 

[46691] IIª-IIae, q. 189 a. 5 ad 4
4. In quel testo della Scrittura non viene rimproverata la donna che è ancora nell'età infantile, se fa un voto all'insaputa dei genitori: questo però può essere annullato da essi. Dal che è evidente che la donna non pecca col farlo: ma s'intende che essa vuole obbligarsi per quanto dipende da lei, senza pregiudizio dell'autorità paterna.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se per assistere i genitori si debba rinunziare ad entrare in religione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 6

[46692] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 1
Ad sextum sic proceditur. Videtur quod propter obsequium parentum debeant aliqui retrahi ab ingressu religionis. Non enim licet praetermittere id quod est necessitatis, ut fiat id quod est liberum voluntati. Sed obsequi parentibus cadit sub necessitate praecepti quod datur de honoratione parentum, Exod. XX, unde et apostolus dicit, I ad Tim. V, si qua vidua filios aut nepotes habet, discat primum domum suam regere, et mutuam vicem reddere parentibus. Ingredi autem religionem est liberum voluntati. Ergo videtur quod non debeat aliquis praetermittere parentum obsequium propter religionis ingressum.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 6

[46692] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 1
SEMBRA che per assistere i genitori si debba rinunziare ad entrare in religione. Infatti:
1. Non è lecito trascurare una cosa necessaria per un'opera buona facoltativa. Ora, assistere i genitori è cosa necessaria, per il precetto che comanda di onorare il padre e la madre; cosicché l'Apostolo scriveva: "Se una vedova ha figliuoli o nipoti, questi imparino prima di tutto a curare la propria casa, e a rendere il contraccambio ai genitori". Invece entrare in religione è cosa facoltativa. Dunque non si deve trascurare di assistere i genitori per entrare in religione.

[46693] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 2
Praeterea, maior videtur esse subiectio filii ad parentes quam servi ad dominum, quia filiatio est naturalis; servitus autem ex maledictione peccati, ut patet Gen. IX. Sed servus non potest praetermittere obsequium domini sui ut religionem ingrediatur aut sacrum ordinem assumat, sicut habetur in decretis, dist. LIV, si servus. Ergo multo minus filius potest obsequium patris praetermittere ut ingrediatur religionem.

 

[46693] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 2
2. La dipendenza dei figli dai genitori è superiore a quella dello schiavo dal suo padrone: perché la filiazione è da natura, mentre la schiavitù deriva dalla maledizione del peccato, come risulta dalla Scrittura. Ma lo schiavo non può abbandonare il servizio del suo padrone per entrare in religione, o per ricevere gli ordini sacri. Molto meno dunque un figlio può trascurare l'assistenza dei genitori per entrare in religione.

[46694] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 3
Praeterea, maiori debito obligatur aliquis parentibus quam his quibus debet pecuniam. Sed illi qui debent pecuniam aliquibus, non possunt religionem ingredi, dicit enim Gregorius, in Regist., et habetur in decretis, dist. LIII, quod si hi qui sunt rationibus publicis obligati, quandoque monasterium petunt, nullo modo suscipiendi sunt, nisi prius a negotiis publicis fuerint absoluti. Ergo videtur quod multo minus filii possunt religionem ingredi, praetermisso paterno obsequio.

 

[46694] IIª-IIae, q. 189 a. 6 arg. 3
3. Si è più obbligati verso i genitori, che verso un creditore cui si deve del danaro. Ora, chi deve ad altri del danaro non può entrare in religione; poiché nei Canoni si leggono queste parole di S. Gregorio: "In nessun modo si devono ricevere quelli che chiedono di entrare in monastero avendo obbligazioni pubbliche da soddisfare, se prima non si sono disimpegnati". Molto meno, dunque, possono entrare in religione i figli, trascurando l'assistenza dei genitori.

[46695] IIª-IIae, q. 189 a. 6 s. c.
Sed contra est quod Matth. IV dicitur quod Iacobus et Ioannes, relictis retibus et patre, secuti sunt dominum. Ex quo, ut Hilarius dicit, docemur, Christum secuturi, et saecularis vitae sollicitudine et paternae domus consuetudine non teneri.

 

[46695] IIª-IIae, q. 189 a. 6 s. c.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Giacomo e Giovanni, "abbandonate le reti e il padre, seguirono il Signore". "Questo", osserva S. Ilario, "c'insegna che per seguire Cristo, non dobbiamo lasciarci trattenere dalle sollecitudini della casa paterna".

[46696] IIª-IIae, q. 189 a. 6 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, cum de pietate ageretur, parentes habent rationem principii, inquantum huiusmodi, et ideo per se eis convenit ut filiorum curam habeant. Et propter hoc, non liceret alicui filios habenti religionem ingredi, omnino praetermissa cura filiorum idest, non proviso qualiter educari possint, dicitur enim I ad Tim. V, quod si quis suorum curam non habet, fidem negavit, et est infideli deterior. Per accidens tamen parentibus convenit ut a filiis adiuventur, inquantum scilicet sunt in necessitate aliqua constituti. Et ideo dicendum est quod, parentibus in necessitate existentibus ita quod eis commode aliter quam per obsequium filiorum subveniri non possit, non licet filiis, praetermisso parentum obsequio, religionem intrare. Si vero non sint in tali necessitate ut filiorum obsequio multum indigeant, possunt, praetermisso parentum obsequio, filii religionem intrare, etiam contra praeceptum parentum, quia post annos pubertatis, quilibet ingenuus libertatem habet quantum ad ea quae pertinent ad dispositionem sui status, praesertim in his quae sunt divini obsequii; et magis est obtemperandum patri spirituum, ut vivamus, quam parentibus carnis, ut apostolus, Heb. XII, dicit. Unde dominus, ut legitur Matth. VIII et Luc. IX, reprehendit discipulum qui nolebat eum statim sequi intuitu paternae sepulturae, erant enim alii per quos illud opus impleri poterat, ut Chrysostomus dicit.

 

[46696] IIª-IIae, q. 189 a. 6 co.
RISPONDO: Come abbiamo visto sopra nel trattare della pietà, i genitori come tali hanno l'aspetto di cause o principii; ecco perché di suo spetta ad essi aver cura dei figli. E quindi nessuno che abbia dei figli può entrare in religione, trascurando del tutto la cura di essi, cioè senza aver provvisto alla loro educazione. S. Paolo infatti afferma, che "se uno non pensa ai suoi, massime a quelli di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggio di un infedele". Può capitare tuttavia che i genitori abbiano essi bisogno dei figli: in quanto si trovano in qualche necessità.
Perciò quando i genitori sono in tale necessità da non poter essere assistiti decentemente che dai loro figliuoli, a quest'ultimi non è lecito entrare in religione, trascurando l'assistenza dei genitori. Se questi invece non sono in tale necessità da avere uno stretto bisogno dell'assistenza dei figli, costoro possono entrare in religione anche contro il comando dei genitori, dispensandosi dalla loro assistenza: perché dopo gli anni della pubertà ogni persona libera può disporre liberamente del proprio stato, specialmente quando si tratta del servizio di Dio. "Più che ai padri della carne", dice S. Paolo, "noi dobbiamo sottostare al Padre degli spiriti per avere la vita". Ecco perché il Signore rimproverò il discepolo che non voleva seguirlo subito, per andare prima a sotterrare suo padre: poiché, come nota il Crisostomo, "c'erano altri che ben potevano compiere l'opera suddetta".

[46697] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod praeceptum de honoratione parentum non solum se extendit ad corporalia obsequia, sed etiam ad spiritualia, et ad reverentiam exhibendam. Et ideo etiam illi qui sunt in religione implere possunt praeceptum de honoratione parentum, pro eis orando, et eis reverentiam et auxilium impendendo, secundum quod religiosos decet. Quia etiam illi qui in saeculo vivunt, diversimode parentes honorant, secundum eorum conditionem.

 

[46697] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il comandamento di onorare i genitori non si estende solo all'assistenza materiale, ma anche a quella spirituale, e ai segni di rispetto. Perciò i religiosi possono adempiere il comandamento ricordato, pregando per i genitori, e prestando loro rispetto e assistenza come si addice allo stato religioso. Del resto anche quelli che vivono nel secolo onorano i genitori in maniere diverse, secondo la condizione di ciascuno.

[46698] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 2
Ad secundum dicendum quod, quia servitus est in poenam peccati inducta, ideo per servitutem aliquid adimitur homini quod alias ei competeret, ne scilicet libere de sua persona possit disponere, servus enim id quod est, domini est. Sed filius non patitur detrimentum ex hoc quod subiectus est patri, quin possit de sua persona libere disponere transferendo se ad obsequium Dei, quod maxime pertinet ad hominis bonum.

 

[46698] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 2
2. Essendo la schiavitù un castigo del peccato, priva l'uomo di qualche prerogativa che altrimenti gli spetterebbe, e cioè della facoltà di disporre liberamente della propria persona: "Infatti il servo per tutto ciò che è, è del padrone". I figli invece non sono menomati dalla sottomissione al padre, così da non poter disporre liberamente della propria persona, mettendosi al servizio di Dio: il che costituisce per l'uomo il bene più grande.

[46699] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 3
Ad tertium dicendum quod ille qui est obligatus ad aliquid certum, non potest illud licite praetermittere, facultate exstante. Et ideo si aliquis sit obligatus ut alicui rationem ponat, vel ut certum debitum reddat, non potest hoc licite praetermittere ut religionem ingrediatur. Si tamen debeat aliquam pecuniam et non habeat unde reddat, tenetur facere quod potest, ut scilicet cedat bonis suis creditori. Propter pecuniam autem persona liberi hominis, secundum iura civilia, non obligatur, sed solum res, quia persona liberi hominis superat omnem aestimationem pecuniae. Unde potest licite, exhibitis rebus suis, religionem intrare, nec tenetur in saeculo remanere ut procuret unde debitum reddat. Filius autem non tenetur ad aliquod speciale debitum patri, nisi forte in casu necessitatis, ut dictum est.

 

[46699] IIª-IIae, q. 189 a. 6 ad 3
3. Chi ha un obbligo determinato e definito non può trascurarlo lecitamente, avendo la possibilità di soddisfarlo. Perciò se si è obbligati a render conto a qualcuno, o a pagare un debito, non si può lecitamente trascurare questo per entrare in religione. Se però uno deve del danaro e non ha da pagare, è tenuto a quanto è in suo potere, a cedere cioè i suoi beni al creditore. Ma per il danaro la legge civile non impegna mai la persona, bensì i beni soltanto: perché la persona libera "è superiore a qualsiasi prezzo". Perciò, una volta offerti i suoi beni, uno può entrare lecitamente in religione, e non è tenuto a rimanere nel secolo per procurarsi l'occorrente a saldare il debito. - Ora, un figlio non ha un debito specifico verso suo padre: salvo casi di stretta necessità, come abbiamo già spiegato.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se i parroci possano lecitamente entrare in religione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 7

[46700] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 1
Ad septimum sic proceditur. Videtur quod presbyteri curati non possunt licite religionem ingredi. Dicit enim Gregorius, in Pastoral., quod ille qui curam animarum suscipit, terribiliter admonetur cum dicitur, fili mi, si spoponderis pro amico tuo, defixisti apud extraneum manum tuam. Et subdit, spondere namque pro amico est animam alienam in periculo suae conversationis accipere. Sed ille qui obligatur homini pro aliquo debito, non potest intrare religionem nisi solvat id quod debet, si possit. Cum ergo sacerdos possit curam animarum agere, ad quam se obligavit in periculo animae suae, videtur quod non liceat ei, praetermissa cura animarum, religionem intrare.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 7

[46700] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 1
SEMBRA che i parroci non possano lecitamente entrare in religione. Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che chi è impegnato in cura d'anime "riceve un ammonimento terribile da quelle parole: "Figliuolo mio, se ti sei fatto mallevadore per il tuo amico, hai impegnato la tua anima presso un estraneo". Infatti farsi mallevadore per un amico equivale a rischiare la propria vita per l'anima di un altro". Ora, chi ha un debito non può entrare in religione se prima, avendone la possibilità, non lo salda. Quindi il sacerdote che ha la possibilità di attendere alle anime che si è obbligato a curare, non può entrare in religione, trascurando la cura d'anime.

[46701] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 2
Praeterea, quod uni licet, pari ratione omnibus similibus licet. Sed si omnes presbyteri habentes curam animarum religionem intrarent, remanerent plebes absque cura pastorum, quod esset inconveniens. Ergo videtur quod presbyteri curati non possint licite religionem intrare.

 

[46701] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 2
2. Quello che è permesso a uno è permesso a tutti i suoi consimili. Ma se tutti i preti in cura d'anime entrassero in religione, il popolo rimarrebbe senza pastori. Il che è intollerabile. Dunque i parroci non possono lecitamente entrare in religione.

[46702] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 3
Praeterea, inter actus ad quos religiones ordinantur, praecipui sunt illi quibus aliquis contemplata aliis tradit. Huiusmodi autem actus competunt presbyteris curatis et archidiaconis, quibus ex officio competit praedicare et confessiones audire. Ergo videtur quod non liceat presbytero curato vel archidiacono transire ad religionem.

 

[46702] IIª-IIae, q. 189 a. 7 arg. 3
3. Tra gli atti cui attendono i religiosi i più importanti son quelli con i quali comunicano ad altri le verità contemplate. Ora, questi atti son propri dei parroci e degli arcidiaconi, i quali per il loro ufficio son tenuti a predicare e a confessare. Perciò ai parroci e agli arcidiaconi non è lecito abbracciare la vita religiosa.

[46703] IIª-IIae, q. 189 a. 7 s. c.
Sed contra est quod in decretis, XIX Caus., qu. II, cap. duae sunt leges, dicitur, si quis clericorum in Ecclesia sua sub episcopo populum retinet et saeculariter vivit, si, afflatus spiritu sancto, in aliquo monasterio vel regulari canonica salvari se voluerit, etiam episcopo suo contradicente, eat liber, nostra auctoritate.

 

[46703] IIª-IIae, q. 189 a. 7 s. c.
IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge: "Se un chierico vivente nel secolo, il quale governa una chiesa sotto l'autorità del vescovo, mosso dallo Spirito Santo vuol provvedere alla sua salvezza in un monastero o tra i canonici regolari, con la nostra autorità gli permettiamo di andare liberamente, anche contro l'opposizione del vescovo".

[46704] IIª-IIae, q. 189 a. 7 co.
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, obligatio voti perpetui praefertur omni alii obligationi. Obligari autem voto perpetuo et solemni ad vacandum divinis obsequiis, competit proprie episcopis et religiosis. Presbyteri autem curati et archidiaconi non obligantur voto perpetuo et solemni ad curam animarum retinendam, sicut ad hoc obligantur episcopi. Unde episcopi praesulatum non possunt deserere quacumque occasione, absque auctoritate Romani pontificis, ut habetur extra, de regularibus et Transeuntib. ad Relig., cap. licet, archidiaconi autem et presbyteri curati possunt libere abrenuntiare episcopo curam eis commissam, absque speciali licentia Papae, qui solus potest in votis perpetuis dispensare. Unde manifestum est quod archidiaconis et presbyteris curatis licet ad religionem transire.

 

[46704] IIª-IIae, q. 189 a. 7 co.
RISPONDO: L'obbligazione di un voto perpetuo è superiore, come abbiamo visto, a qualsiasi altro obbligo. Ora, obbligarsi con un voto solenne e perpetuo al servizio di Dio, è proprio dei vescovi e dei religiosi. Invece i parroci e gli arcidiaconi non sono obbligati da un voto perpetuo e solenne a stare in cura d'anime, come al contrario è per i vescovi. Infatti i vescovi "non possono abbandonare (la diocesi) per nessun motivo, senza l'autorità del Romano Pontefice", come è scritto nei Canoni: invece i parroci e gli arcidiaconi possono liberamente rassegnare nelle mani del vescovo la parrocchia, senza una speciale autorizzazione del Papa, che è il solo a possedere la facoltà di dispensare dai voti perpetui. Perciò è evidente che i parroci e gli arcidiaconi possono abbracciare la vita religiosa.

[46705] IIª-IIae, q. 189 a. 7 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod presbyteri curati et archidiaconi obligaverunt se ad curam agendam subditorum quandiu retinent archidiaconatum vel parochiam. Non autem obligaverunt se ad hoc quod perpetuo archidiaconatum vel parochiam teneant.

 

[46705] IIª-IIae, q. 189 a. 7 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I parroci e gli arcidiaconi si sono obbligati alla cura dei loro sudditi fino a che conservano il loro ufficio. Ma essi non si sono obbligati a ritenere per sempre l'arcidiaconato, o la parrocchia.

[46706] IIª-IIae, q. 189 a. 7 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut Hieronymus dicit, contra Vigilantium, quamvis a te linguae vipereae morsus saevissimos patiantur, scilicet religiosi, quibus argumentaris, et dicis, si omnes se clauserint et fuerint in solitudine, quis celebrabit Ecclesias? Quis saeculares homines lucrifaciet? Quis peccantes ad virtutes poterit exhortari? Hoc enim modo, si omnes tecum fatui sint, sapiens esse quis poterit? Et virginitas non erit approbanda, si enim virgines omnes fuerint et nuptiae non erunt, interibit genus humanum. Rara est virtus, nec a pluribus appetitur. Patet ergo quod hic timor stultus est, puta, sicut si aliquis timeret haurire aquam, ne flumen deficeret.

 

[46706] IIª-IIae, q. 189 a. 7 ad 2
2. Come dice S. Girolamo contro Vigilanzio, "sebbene i religiosi sentano il morso crudele della tua lingua viperina, quando obietti: "Se tutti si rinchiudessero, o si facessero eremiti, chi ufficerebbe le chiese? Chi salverà i secolari? Chi potrà esortare i peccatori alla virtù?"; ragionando in tal modo così potrebbero rispondere: Se tutti fossero pazzi come te, chi potrebbe esser savio? E allora non si dovrebbe approvare neppure la verginità: perché se tutti restassero vergini, non ci sarebbero le nozze, e perirebbe il genere umano. La virtù è rara, e dai più non è desiderata". Perciò è evidente che questa paura è stolta: come se uno temesse di attingere l'acqua per paura che il fiume si secchi.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se sia lecito passare da un ordine religioso a un altro ordine


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 8

[46707] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 1
Ad octavum sic proceditur. Videtur quod non liceat de una religione transire ad aliam, etiam arctiorem. Dicit enim apostolus, Heb. X, neque deserentes collectionem nostram, sicut est consuetudinis quibusdam, Glossa, qui scilicet vel timore persecutionis cedunt, vel propria praesumptione a peccatoribus vel imperfectis, ut iusti videantur, recedunt. Sed hoc videntur facere qui de una religione transeunt ad aliam perfectiorem. Ergo videtur hoc esse illicitum.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 8

[46707] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 1
SEMBRA che non sia lecito passare da un ordine religioso a un altro. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Non abbandonate le nostre adunanze, come è costume di fare per alcuni": "i quali", come spiega la Glossa, "o cedono alla paura della persecuzione, o si allontanano dai peccatori e dagli imperfetti, mossi dalla loro presunzione, per essere considerati santi". Ma questo sembra il caso di coloro che passano da un ordine a un altro più perfetto. Dunque ciò non è lecito.

[46708] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 2
Praeterea, professio monachorum est arctior quam professio regularium canonicorum, ut habetur extra, de statu Monach. et Canonic. Regul. cap. quod Dei timorem. Sed non licet alicui transire de statu canonicorum regularium ad statum monachorum, dicitur enim in decretis, XIX Caus., qu. III, mandamus, et universaliter interdicimus, ne quis canonicus regulariter professus, nisi, quod absit, publice lapsus fuerit, monachus efficiatur. Ergo videtur quod non liceat alicui transire de una religione ad aliam maiorem.

 

[46708] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 2
2. La professione monastica è più rigorosa della professione dei canonici regolari, come risulta dai Canoni. Ora, non è lecito passare dallo stato dei canonici regolari a quello dei monaci; poiché nel Decreto (di Graziano) si legge: "Ordiniamo e proibiamo a chiunque abbia fatto la professione di canonico regolare, a meno che, Dio non voglia, sia caduto in un peccato pubblico, di diventare monaco". Perciò non è lecito a nessuno passare da un ordine a un altro più perfetto.

[46709] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 3
Praeterea, tandiu aliquis obligatur ad implendum quod vovit, quandiu potest licite illud implere, sicut, si aliquis vovit continentiam servare, etiam post contractum matrimonium per verba de praesenti, ante carnalem copulam, tenetur implere votum, quia hoc potest facere religionem intrando. Si ergo aliquis licite potest de una religione transire ad aliam, tenebitur hoc facere, si ante hoc voverit existens in saeculo. Quod videtur esse inconveniens, quia ex hoc plerumque scandalum generari posset. Ergo non potest aliquis religiosus de una religione transire ad aliam arctiorem.

 

[46709] IIª-IIae, q. 189 a. 8 arg. 3
3. Uno è obbligato ad adempiere un voto, fino a che può farlo lecitamente: se, p. es., ha fatto voto di castità, anche dopo aver contratto matrimonio, prima della copula è tenuto a osservarlo, poiché può farlo entrando nella vita religiosa. Quindi se uno può passare lecitamente da un ordine all'altro, è tenuto a farlo, se nella vita secolare l'aveva promesso. Ma questo è un grave disordine; perché per lo più questo fatto darebbe scandalo. Dunque a un religioso non è lecito passare da un ordine a un altro più rigoroso.

[46710] IIª-IIae, q. 189 a. 8 s. c.
Sed contra est quod dicitur in decretis, XX Caus., qu. IV, virgines sacrae si, pro lucro animae suae, propter districtiorem vitam, ad aliud monasterium pergere disposuerunt, ibique commanere decreverunt, synodus concedit. Et eadem ratio videtur esse de quibuscumque religiosis. Ergo potest aliquis licite transire de una religione ad aliam.

 

[46710] IIª-IIae, q. 189 a. 8 s. c.
IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge: "Se le sacre vergini chiedono di passare a un altro monastero e di rimanervi per il bene della loro anima, e per una vita più austera, il Concilio lo concede". E questo sembra valere per tutti i religiosi. Perciò uno può passare lecitamente da un ordine a un altro.

[46711] IIª-IIae, q. 189 a. 8 co.
Respondeo dicendum quod transire de religione ad religionem, nisi propter magnam utilitatem vel necessitatem, non est laudabile. Tum quia ex hoc plerumque scandalizantur illi qui relinquuntur. Tum etiam quia facilius proficit aliquis in religione quam consuevit, quam in illa quam non consuevit, ceteris paribus. Unde in collationibus patrum abbas Nesteros dicit, unicuique utile est ut secundum propositum quod elegit, summo studio ac diligentia ad operis arrepti perfectionem pervenire festinet, et nequaquam a sua, quam semel elegit, professione discedat. Et postea, rationem assignans, subdit, impossibile namque est unum eumdemque hominem simul universis fulciri virtutibus. Quas si quis voluerit pariter attentare, in id incidere eum necesse est ut, dum omnem sequitur, nullam integre consequatur. Diversae enim religiones praeeminent secundum diversa virtutum opera. Potest tamen aliquis laudabiliter de una religione transire ad aliam, triplici ex causa. Primo quidem, zelo perfectioris religionis. Quae quidem excellentia, ut supra dictum est, non attenditur secundum solam arctitudinem, sed principaliter secundum id ad quod religio ordinatur; secundario vero secundum discretionem observantiarum debito fini proportionatarum. Secundo, propter declinationem religionis debita perfectione. Puta, si in aliqua religione altiori incipiant religiosi remissius vivere, laudabiliter transit aliquis ad religionem etiam minorem, si melius observetur, sicut in collationibus patrum dicit abbas Ioannes de seipso quod a vita solitaria, in qua professus fuerat, transiit ad minorem, scilicet eorum qui vivunt in societate, propter hoc quod vita eremitica coeperat declinare et laxius observari. Tertio, propter infirmitatem vel debilitatem, ex qua interdum provenit quod non potest aliquis arctioris religionis statuta servare, posset autem observare statuta religionis laxioris. Sed in his tribus casibus est differentia. Nam in primo casu, debet quidem, propter humilitatem, licentiam petere, quae tamen ei negari non potest, dummodo constet illam religionem esse altiorem; si vero de hoc probabiliter dubitetur, est in hoc superioris iudicium requirendum; ut habetur extra, de Regular. et Transeunt. ad Relig., cap. licet. Similiter requiritur superioris iudicium in secundo casu. In tertio vero casu est etiam dispensatio necessaria.

 

[46711] IIª-IIae, q. 189 a. 8 co.
RISPONDO: Passare da un ordine religioso a un altro non è cosa lodevole, salvo casi di grande utilità o necessità. Sia perché generalmente si scandalizzano così quelli che si abbandonano. Sia anche perché, a parità di condizioni, è più facile far profitto nella religione in cui si è abituati, che in quella nuova. Di qui le parole dell'Abate Nesteros nelle Collationes Patrum: "È bene che ciascuno si affretti a raggiungere la perfezione dell'opera iniziata col massimo impegno e diligenza secondo il proposito già fatto, e che non abbandoni la professione che ha abbracciato". E ne dà subito la ragione: "È impossibile infatti che un solo uomo possa eccellere in tutte le virtù. E se tenta di farlo, necessariamente gli avverrà che nel cercarle tutte, non ne raggiungerà nessuna perfettamente". Infatti i vari ordini eccellono l'uno sull'altro secondo atti diversi di virtù.
Tuttavia si può lodevolmente passare da un ordine a un altro per tre motivi. Primo, per il desiderio di una vita religiosa più perfetta. E questa perfezione, come abbiamo già notato, non si misura solo dall'austerità: ma principalmente si desume dal fine cui un istituto religioso è ordinato; e secondariamente dalla discrezione con la quale le osservanze sono proporzionate al debito fine. - Secondo, per la decadenza del proprio istituto dalla perfezione richiesta. Quando, p. es., in un ordine rigoroso i religiosi cominciano a vivere in maniera rilassata, uno può passare giustamente a un ordine anche meno rigido, se in esso vige l'osservanza. Nelle Collationes Patrum, p. es., l'Abate Giovanni narra di se stesso, che passò dalla vita solitaria, da lui abbracciata, alla vita meno rigida dei cenobiti, proprio perché la vita eremitica era in declino e veniva osservata con poco rigore. - Terzo, per malattia o per delicatezza di salute, da cui spesso deriva che uno, pur non potendo osservare le costituzioni di un ordine più rigoroso, è però in grado di osservare quelle di un ordine meno rigido.
C'è però differenza tra questi tre casi. Infatti nel primo uno per umiltà è tenuto a chiedere il permesso (ai superiori); che però non gli può essere negato, purché consti che l'ordine scelto è più perfetto: "se però ci sono ragioni per dubitarne, si deve ricorrere al giudizio dei superiori", come dicono i Canoni. - Parimente si richiede il giudizio dei superiori nel secondo caso. - Nel terzo invece è necessaria addirittura una dispensa.

[46712] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod illi qui ad altiorem religionem transeunt, non faciunt hoc praesumptuose, ut iusti videantur, sed devote, ut iustiores fiant.

 

[46712] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelli che passano a un ordine più perfetto non lo fanno per presunzione, cioè per sembrare più santi; ma per devozione, cioè per diventarlo.

[46713] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 2
Ad secundum dicendum quod utraque religio, scilicet monachorum et canonicorum regularium, ordinatur ad opera vitae contemplativae. Inter quae praecipua sunt ea quae aguntur in divinis mysteriis, ad quae ordinatur directe ordo canonicorum regularium, quibus per se competit ut sint clerici religiosi. Sed ad religionem monachorum non per se competit quod sint clerici, ut habetur in decretis, XVI, qu. I. Et ideo, quamvis ordo monachorum sit arctioris observantiae, si monachi essent laici, liceret transire ab ordine monachorum ad ordinem canonicorum regularium, secundum illud Hieronymi, ad rusticum monachum, sic vive in monasterio ut clericus esse merearis, non autem e converso, ut habetur in decretis, XIX Caus., qu. III, in decreto inducto. Sed si monachi sint clerici sacris mysteriis obsequentes, habent id quod est canonicorum regularium cum maiori arctitudine. Et ideo transire licitum erit de ordine canonicorum regularium ad ordinem monachorum, petita tamen superioris licentia, ut dicitur XIX, qu. III, cap. statuimus.

 

[46713] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 2
2. Sia i monaci che i canonici regolari sono ordinati agli atti della vita contemplativa. E tra questi i principali sono quelli riguardanti la celebrazione dei divini misteri, cui direttamente è ordinato l'istituto dei canonici regolari, che di suo devono essere religiosi chierici. Invece i monaci di per sé non sono chierici; come si legge nel Decreto (di Graziano). Quindi, sebbene gli ordini monastici siano di più stretta osservanza, se si tratta di monaci laici, è lecito per essi passare all'ordine dei canonici regolari, come accenna S. Girolamo, scrivendo al monaco Rustico: "Nel monastero vivi in modo da meritare di esser chierico"; mentre non è permesso il contrario, come si legge nei Canoni. Se invece si tratta di monaci chierici, addetti al servizio dei sacri misteri, allora sono alla pari dei canonici regolari, con in più un'osservanza più rigorosa. E allora è lecito passare dai canonici regolari a un ordine monastico, però con il permesso dei superiori, come prescrivono i Canoni.

[46714] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 3
Ad tertium dicendum quod votum solemne quo quis obligatur minori religioni, est fortius quam votum simplex quo quis adstringitur maiori religioni, post votum enim simplex, si contraheret aliquis matrimonium, non dirimeretur, sicut post votum solemne. Et ideo ille qui iam professus est in minori religione, non tenetur implere votum simplex quod emisit de intrando maiorem religionem.

 

[46714] IIª-IIae, q. 189 a. 8 ad 3
3. Il voto solenne, con il quale si è professato in un ordine meno perfetto, è superiore al voto semplice, con il quale uno si è obbligato a entrare in un ordine più perfetto: infatti se uno contraesse matrimonio dopo il voto semplice, il vincolo non sarebbe nullo, come dopo il voto solenne. Perciò chi è già professo in un ordine meno perfetto, non è tenuto al voto semplice fatto in precedenza, di entrare in un ordine più rigoroso.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se si possa indurre altri a entrare in religione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 9

[46715] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 1
Ad nonum sic proceditur. Videtur quod nullus debeat alios inducere ad religionem intrandum. Mandat enim beatus Benedictus, in regula sua, quod venientibus ad religionem non sit facilis praebendus ingressus, sed probandum est an spiritus a Deo sint. Et hoc etiam docet Cassianus, in IV Lib. de institutis Coenob. Multo ergo minus licet aliquem ad religionem inducere.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 9

[46715] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 1
SEMBRA che nessuno debba indurre altri a entrare in religione. Infatti:
1. S. Benedetto nella sua Regola comanda, che "non si ammettano con facilità quelli che chiedono di entrare in religione: ma si deve provare se siano mossi dallo Spirito di Dio". Molto meno quindi è lecito indurre qualcuno ad entrare in religione.

[46716] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 2
Praeterea, Matth. XXIII, dominus dicit, vae vobis. Qui circuitis mare et aridam ut faciatis unum proselytum, et, cum factus fuerit, facitis eum filium Gehennae duplo quam vos. Sed hoc videntur facere qui homines ad religionem inducunt. Ergo videtur hoc esse vituperabile.

 

[46716] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 2
2. Il Signore ha detto: "Guai a voi, che andate per mare e per terra pur di fare un solo proselito, e fatto che sia, lo rendete degno della Geenna il doppio di voi". Ora, precisamente questo sembrano fare quelli che inducono gli altri a entrare in religione. Dunque è cosa riprovevole.

[46717] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 3
Praeterea, nullus debet inducere aliquem ad id quod pertinet ad eius detrimentum. Sed ille qui inducit aliquem ad religionem, quandoque ex hoc incurrit detrimentum, quia quandoque sunt obligati ad maiorem religionem. Ergo videtur quod non sit laudabile inducere aliquos ad religionem.

 

[46717] IIª-IIae, q. 189 a. 9 arg. 3
3. Nessuno deve indurre un altro a una cosa che lo pregiudica. Ma chi induce altri a un ordine religioso, talora procura loro un danno: perché quelli forse si erano obbligati a un ordine più perfetto. Perciò non è cosa lodevole indurre altri a entrare in religione.

[46718] IIª-IIae, q. 189 a. 9 s. c.
Sed contra est quod dicitur Exod. XXVI, cortina cortinam trahat. Debet ergo unus homo alium trahere ad Dei obsequium.

 

[46718] IIª-IIae, q. 189 a. 9 s. c.
IN CONTRARIO: Nell'Esodo si legge: "Una cortina tiri l'altra cortina". Dunque un uomo deve tirare l'altro al servizio di Dio.

[46719] IIª-IIae, q. 189 a. 9 co.
Respondeo dicendum quod inducentes alios ad religionem non solum non peccant, sed magnum praemium merentur, dicitur enim Iac. ult., qui converti fecerit peccatorem ab errore viae suae, liberat animam eius a morte, et operit multitudinem peccatorum; et Dan. XII dicitur, qui ad iustitiam erudiunt plurimos, quasi stellae in perpetuas aeternitates. Posset tamen contingere circa huiusmodi inductionem triplex inordinatio. Primo quidem, si violenter aliquis alium ad religionem cogeret, quod prohibetur, in decretis, XX, qu. III. Secundo, si aliquis simoniace alium ad religionem trahat, muneribus datis, ut prohibetur in decretis, qu. II, cap. quam pio. Nec tamen ad hoc pertinet si aliquis alicui pauperi necessaria ministret in saeculo, nutriens eum ad religionem, vel si, sine pacto, aliqua munuscula tribuat ad familiaritatem captandam. Tertio, si mendaciis eum alliciat. Imminet enim sic inducto periculum ne, cum se deceptum invenerit, retrocedat; et sic fiant novissima hominis illius peiora prioribus, ut dicitur Matth. XII.

 

[46719] IIª-IIae, q. 189 a. 9 co.
RISPONDO: Quelli che persuadono altri a entrare in religione non solo non peccano, ma meritano un gran premio; poiché sta scritto: "Chi trae un peccatore dall'errore della sua via, salverà l'anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati". E in Daniele si legge: "Quelli che istruiscono molti alla giustizia saranno come astri nell'eternità senza fine".
Tuttavia in quest'opera di persuasione potrebbero avvenire i tre disordini seguenti. Primo, che uno costringesse altre persone a entrare in religione, il che è proibito dai Canoni. - Secondo, che si attirasse un altro alla religione in maniera simoniaca, facendo dei regali, come si accenna in altri Canoni. Però non c'è simonia nel dare il necessario a un povero per educarlo alla vita religiosa; o nel fare piccoli regali, senza nessun patto, per cattivarsi la familiarità di una persona. - Terzo, che si ricorresse alla menzogna. Infatti in questo caso chi si è lasciato attrarre è in pericolo di defezionare, vedendosi ingannato; e allora "la condizione ultima di quell'uomo diventa peggiore della prima", come dice il Vangelo.

[46720] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod illis qui ad religionem inducuntur, nihilominus reservatur probationis tempus, in quo difficultates religionis experiuntur. Et sic non facilis aditus eis datur ad religionis ingressum.

 

[46720] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche per quelli che sono stati indotti alla vita religiosa c'è l'anno di prova, in cui possono sperimentare le difficoltà. E quindi non è facile neppure per essi l'entrata nella vita religiosa.

[46721] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 2
Ad secundum dicendum quod, secundum Hilarium, verbum illud domini praenuntiativum fuit perversi studii Iudaeorum quo, post Christi praedicationem, gentiles vel etiam Christianos ad Iudaicum ritum trahendo, faciunt dupliciter Gehennae filios, quia scilicet et peccata pristina quae commiserunt, eis in Iudaismo non dimittuntur et nihilominus incurrunt Iudaicae perfidiae reatum. Et secundum hoc, non facit ad propositum. Secundum Hieronymum autem, hoc refertur ad Iudaeos etiam pro statu illo in quo legalia observari licebat, quantum ad hoc quod ille qui ab eis ad Iudaismum convertebatur, dum esset gentilis, simpliciter errabat; videns autem magistrorum vitia, revertitur ad vomitum suum, et, gentilis factus, quasi praevaricator, maiori poena fit dignus. Ex quo patet quod trahere alios ad cultum Dei, vel ad religionem, non vituperatur, sed hoc solum quod aliquis ei quem convertit det malum exemplum, unde peior efficiatur.

 

[46721] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 2
2. A detta di S. Ilario, quelle parole del Signore preannunziavano lo zelo con il quale i Giudei, dopo la predicazione di Cristo, avrebbero tentato di attrarre i gentili e anche i cristiani al culto giudaico, rendendoli due volte figli della Geenna: perché nel giudaismo non vengono loro rimessi i peccati fatti in precedenza, e in più incorrono nel peccato d'incredulità proprio dei Giudei. Perciò le parole suddette non sono a proposito.
A detta invece di S. Girolamo, la frase si riferisce ai Giudei anche per il periodo in cui era lecito osservare il loro culto: nel senso che chi veniva convertito da costoro al giudaidmo, "mentre era gentile era semplicemente nell'errore; ma nel vedere poi i vizi dei suoi maestri tornava al vomito, e quindi tornando pagano era degno di un castigo più grave come rinnegato". Dal che si rileva che non è riprovevole attrarre altri al culto di Dio; bensì dare il cattivo esempio a quelli che si sono convertiti, rendendoli peggiori.

[46722] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 3
Ad tertium dicendum quod in maiori includitur minus. Et ideo ille qui est obligatus voto vel iuramento ad ingressum minoris religionis, potest licite induci ad hoc quod ad maiorem religionem transeat, nisi sit aliquid speciale quod impediat, puta infirmitas, vel spes maioris profectus in minori religione. Ille vero qui est obligatus voto vel iuramento ad ingressum maioris religionis, non potest licite induci ad minorem religionem, nisi ex aliqua speciali causa evidenti, et hoc cum dispensatione superioris.

 

[46722] IIª-IIae, q. 189 a. 9 ad 3
3. Nel più è incluso anche il meno. Perciò chi si era obbligato con voto o con giuramento a entrare in un ordine meno perfetto, può essere indotto lecitamente a entrare in un ordine più perfetto: a meno che non ci sia un impedimento particolare, come la malattia, o la speranza di un progresso maggiore in un ordine meno austero. Chi invece si è obbligato con voto, o con giuramento a entrare in un ordine più austero non può essere indotto lecitamente a entrare in un ordine meno rigoroso, senza una causa speciale ed evidente, e senza ottenere la dispensa dei superiori.




Seconda parte > Le azioni umane > L'entrata in religione > Se sia cosa lodevole abbracciare la vita religiosa, senza prima ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione


Secunda pars secundae partis
Quaestio 189
Articulus 10

[46723] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 1
Ad decimum sic proceditur. Videtur quod non sit laudabile quod aliquis religionem ingrediatur absque multorum consilio, et diuturna deliberatione praecedente. Dicitur enim I Ioan. IV, nolite credere omni spiritui, sed probate spiritus, si ex Deo sunt. Sed quandoque propositum religionis intrandae non est ex Deo, cum frequenter per exitum religionis dissolvatur; dicitur autem Act. V, si est ex Deo consilium hoc aut opus, non poteritis dissolvere illud. Ergo videtur quod, magna examinatione praecedente, debeant aliqui religionem intrare.

 
Seconda parte della seconda parte
Questione 189
Articolo 10

[46723] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 1
SEMBRA che non sia cosa lodevole entrare in religione, senza prima ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione. Infatti:
1. L'Apostolo Giovanni scrive: "Non vogliate credere a ogni spirito; ma provate gli spiriti, se sono da Dio". Ma talora il proposito di entrare in religione non è da Dio: poiché spesso esso si dissolve con l'abbandono della vita religiosa; mentre nella Scrittura si legge: "Se questa impresa è opera di Dio, non potrete dissolverla". Dunque l'entrata in religione deve essere preceduta da un esame accuratissimo.

[46724] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 2
Praeterea, Prov. XXV dicitur, causam tuam tracta cum amico tuo. Sed maxime videtur hominis esse causa quae pertinet ad mutationem status. Ergo videtur quod non debeat aliquis religionem intrare, nisi prius cum amicis suis tractet.

 

[46724] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 2
2. Sta scritto: "Tratta la tua causa con il tuo amico". Ora, la causa più importante per un uomo è il cambiamento di stato. Perciò non si deve entrare in religione, senza aver prima trattato la cosa con gli amici.

[46725] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 3
Praeterea, dominus, Luc. XIV, inducit similitudinem de homine qui vult turrim aedificare, quod prius sedens computat sumptus qui sunt ei necessarii, si habeat ad perficiendum, ne insultetur ei, quia hic homo incoepit aedificare, et non potuit consummare. Sumptus autem ad turrim aedificandam, ut Augustinus dicit, in epistola ad Laetum, nihil est aliud quam ut renuntiet unusquisque omnibus quae sunt eius. Contingit autem quandoque quod hoc multi non possunt, et similiter alias religionis observantias portare, in cuius figura, I Reg. XVII dicitur quod David non poterat incedere cum armis Saulis, quia non habebat usum. Ergo videtur quod non debeat aliquis religionem intrare, nisi diuturna deliberatione praemissa, et multorum consilio habito.

 

[46725] IIª-IIae, q. 189 a. 10 arg. 3
3. Il Signore riferisce la parabola di "un uomo il quale, volendo edificare una torre, prima si diede a calcolare la spesa, per vedere se aveva l'occorrente per finirla"; e non sentirsi rinfacciare: "Costui ha cominciato a fabbricare e non ha potuto finire". Ora, l'occorrente per edificare, a detta di S. Agostino, "altro non è che la rinunzia a quanto si possiede". Ma spesso capita che molti di ciò non sono capaci, e lo stesso si dica delle altre osservanze della vita religiosa. E ciò viene prefigurato nella Scrittura dal fatto che "David non riusciva a camminare con le armi di Saul, non essendovi abituato". Perciò uno non deve entrare in religione, se non dopo lunga deliberazione e dopo aver sentito il parere di molti.

[46726] IIª-IIae, q. 189 a. 10 s. c.
Sed contra est quod dicitur Matth. IV, quod ad vocationem domini, Petrus et Andreas, continuo, relictis retibus, secuti sunt eum. Ubi Chrysostomus dicit, super Matth., talem obedientiam Christus quaerit a nobis ut neque instanti tempore remoremur.

 

[46726] IIª-IIae, q. 189 a. 10 s. c.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Pietro ed Andrea, alla chiamata del Signore, "lasciate le reti, immediatamente lo seguirono". E il Crisostomo spiega: "Cristo ci chiede una tale obbedienza, da non stare a riflettere neppure un istante".

[46727] IIª-IIae, q. 189 a. 10 co.
Respondeo dicendum quod diuturna deliberatio et multorum consilia requiruntur in magnis et dubiis, ut philosophus dicit, in III Ethic., in his autem quae sunt certa et determinata, non requiritur consilium. Circa ingressum autem religionis tria possunt considerari. Primo quidem, ipse religionis ingressus secundum se. Et sic certum est quod ingressus religionis est melius bonum, et qui de hoc dubitat, quantum est in se, derogat Christo, qui hoc consilium dedit. Unde Augustinus dicit, in libro de Verb. Dom., vocat te oriens, idest Christus, et tu attendis occidentem, idest ad hominem mortalem et errare potentem. Alio modo potest considerari religionis ingressus per comparationem ad vires eius qui est religionem ingressurus. Et sic etiam non est locus dubitationis de ingressu religionis, quia illi qui religionem ingrediuntur, non confidunt sua virtute se posse subsistere, sed auxilio virtutis divinae; secundum illud Isaiae XL, qui sperant in domino, mutabunt fortitudinem, assument pennas sicut aquilae, current et non laborabunt, ambulabunt et non deficient. Si tamen sit aliquod speciale impedimentum, puta infirmitas corporalis vel onera debitorum, vel aliqua huiusmodi, in his requiritur deliberatio, et consilium cum his de quibus speratur quod prosint et non impediant. Unde dicitur Eccli. XXXVII, cum viro irreligioso tracta de sanctitate, et cum iniusto de iustitia, quasi dicat, non, unde sequitur, non attendas his in omni consilio, sed cum viro sancto assiduus esto. In quibus tamen non est diuturna deliberatio habenda. Unde Hieronymus dicit, in epistola ad Paulinum, festina, quaeso, te, et haerenti in salo naviculae funem magis praecide quam solve. Tertio autem potest considerari modus religionem intrandi, et quam religionem aliquis ingredi debeat. Et de talibus potest etiam haberi consilium cum his qui non impediant.

 

[46727] IIª-IIae, q. 189 a. 10 co.
RISPONDO: Una lunga deliberazione e il parere di molti sono necessari, come nota il Filosofo, nelle cose gravi ed incerte: ma in quelle che son certe e determinate la deliberazione non si richiede. Ora, nell'entrata in religione si possono considerare tre cose. Primo, il fatto in se stesso. E allora è certo che abbracciare la vita religiosa è un bene migliore: chi in senso oggettivo ne dubitasse offenderebbe Cristo, a cui risale questo consigiio. Di qui le parole di S. Agostino: "Sei chiamato dall'Oriente", cioè da Cristo, "e tu ti rivolgi all'occidente", cioè all'uomo mortale e fallibile.
Secondo, l'entrata in religione si può considerare in rapporto alle forze di chi sta per entrarvi. E anche da questo lato non ci sono incertezze: perché chi abbraccia la vita religiosa non confida di poter perseverare con le proprie forze, ma spera nell'aiuto di Dio, secondo le parole di Isaia: "Quelli che sperano nel Signore rinnoveranno le forze; rimetteranno le penne come le aquile, correranno senza fatica, cammineranno senza stancarsi". - Però se ci fosse qualche impedimento particolare, come l'infermità, il peso dei debiti, o altre cose del genere, allora si richiede la deliberazione e il consiglio di persone disposte ad aiutare e non a impedire. Poiché nell'Ecclesiaste si legge: "Con l'uomo irreligioso tratta di santità, e con l'ingiusto di giustizia"; e ciò ironicamente per dire il contrario. Infatti il testo prosegue: "Non t'appoggiare a costoro per nessun consiglio; ma tratta spesso con il santo". E tuttavia in queste cose non c'è bisogno di lunghe deliberazioni. Di qui le parole di S. Girolamo: "Affrettati, ti prego; stando sulle onde, non tardare a sciogliere la gomena della nave, ma tagliala".
Terzo, si può considerare la maniera di abbracciare la vita religiosa, e quale ordine scegliere. E anche su tale argomento si può ricorrere al consiglio di gente disposta a non impedire.

[46728] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 1
Ad primum ergo dicendum quod, cum dicitur, probate spiritus si ex Deo sunt, locum habet in his quae dubia sunt utrum spiritus Dei sit. Sicut dubium potest esse his qui iam sunt in religione, utrum ille qui religioni se offert, spiritu Dei ducatur, an simulate accedat, et ideo debent accedentem probare, utrum divino spiritu moveatur. Sed illi qui ad religionem accedit, non potest esse dubium an propositum de ingressu religionis in corde eius exortum sit a spiritu Dei, cuius est ducere hominem in terram rectam. Nec propter hoc ostenditur non esse ex Deo, quod aliqui retrocedunt. Non enim omne quod est a Deo, est incorruptibile, alioquin, creaturae corruptibiles non essent ex Deo, ut Manichaei dicunt; neque etiam aliqui qui habent a Deo gratiam, possent illam amittere, quod etiam est haereticum. Sed consilium Dei est indissolubile, quo etiam corruptibilia et mutabilia facit, secundum illud Isaiae XLVI, consilium meum stabit, et omnis voluntas mea fiet. Et ideo propositum de ingressu religionis non indiget probatione utrum sit a Deo, quia certa discussione non egent, ut dicit Glossa, super illud I ad Thess. ult., omnia probate.

 

[46728] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 1
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La raccomandazione di "provare gli spiriti, se sono da Dio" vale per le cose dubbie, per sapere se l'ispirazione è da Dio. È dubbio, p. es., per coloro che sono già nella vita religiosa, se i postulanti son mossi dallo Spirito di Dio, o procedono con inganno: e quindi vanno provati, per vedere se son mossi da buono spirito. Ma per chi si presenta alla vita religiosa non c'è dubbio che il proposito di entrare in religione viene dallo Spirito di Dio, cui è riservato il compito di "condurre l'uomo sulla retta strada".
E il fatto che alcuni tornano indietro non dimostra che quel proposito non era da Dio. Infatti non tutto ciò che è da Dio è indistruttibile: altrimenti le creature corruttibili non sarebbero da Dio, come pensano i Manichei; e così quelli che sono in grazia non potrebbero perderla, il che è un'altra eresia. Ma è indissolubile "il consiglio di Dio", mediante il quale ei volle che ci fossero cose corruttibili e mutabili, secondo le parole di Isaia: "Fermo starà il mio consiglio e ogni mia volontà sarà adempiuta". Perciò il proposito di abbracciare la vita religiosa non ha bisogno di prove, per sapere che viene da Dio: poiché la Glossa, a proposito dell'esortazione paolina: "Tutto esaminate", nota che "le cose certe non hanno bisogno di essere discusse".

[46729] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 2
Ad secundum dicendum quod, sicut caro concupiscit adversus spiritum, ut dicitur Galat. V; ita etiam frequenter amici carnales adversantur profectui spirituali, secundum illud Mich. VII, inimici hominis domestici eius. Unde Cyrillus, exponens illud Luc. IX, permitte me renuntiare his qui domi sunt, dicit, quaerere renuntiare his qui domi sunt, ostendit quod utcumque divisus sit, nam communicare proximis, et consulere nolentes aequa sapere, indicat adhuc utcumque languentem et recedentem. Propter quod, audit a domino, nemo, cum posuerit manum ad aratrum et aspexerit retro, habilis est ad regnum Dei. Aspicit enim retro qui dilationem quaerit occasione redeundi domum et cum propinquis conferendi.

 

[46729] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 2
2. Come "la carne", a detta di S. Paolo, "ha desideri contrari allo spirito", così gli amici carnali spesso sono contrari al progresso spirituale, secondo le parole del profeta: "L'uomo ha nei suoi familiari altrettanti nemici". Ecco perché S. Cirillo, commentando quel passo evangelico, "Permettimi prima di salutare quelli di casa", afferma: "Chiedendo di salutare quelli di casa, costui mostrò di essere ancora diviso; poiché informare i parenti e consultare gente contraria al bene, indica un uomo tiepido e pronto a ritirarsi. Ecco perché il Signore gli disse: "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio". Infatti guarda indietro chi cerca dilazioni, con la scusa di tornare a casa e di consultarsi con i parenti".

[46730] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 3
Ad tertium dicendum quod per aedificationem turris significatur perfectio Christianae vitae. Abrenuntiatio autem propriorum est sumptus ad aedificandam turrim. Nullus autem dubitat vel deliberat an velit habere sumptus, vel an possit turrim aedificare si sumptus habeat, sed hoc sub deliberatione ponitur, an aliquis sumptus habeat. Similiter sub deliberatione cadere non oportet utrum aliquis debeat abrenuntiare omnibus quae possidet, vel si, hoc faciendo, ad perfectionem pervenire possit. Sed hoc cadit sub deliberatione, utrum hoc quod facit, sit abrenuntiare omnibus quae possidet, quia nisi abrenuntiaverit, quod est sumptus habere, non potest, ut ibidem subditur, Christi esse discipulus, quod est turrim aedificare. Timor autem eorum qui trepidant an per religionis ingressum possint ad perfectionem pervenire, est irrationabilis; et multorum exemplo convincitur. Unde Augustinus dicit, VIII Confess., aperiebatur ab ea parte qua intenderam faciem, et quo transire trepidabam, casta dignitas continentiae, honeste blandiens ut venirem neque dubitarem, et extendens ad me suscipiendum et amplectendum pias manus plenas gregibus bonorum exemplorum. Ibi tot pueri et puellae; ibi iuventus multa et omnis aetas, et graves viduae et virgines anus. Irridebat me irrisione exhortatoria, quasi diceret, tu non poteris quod isti et istae? An isti et istae in semetipsis possunt, et non in domino Deo suo? Quid in te stas, et non stas? Proiice te in eum. Noli metuere, non se subtrahet, ut cadas. Proiice te securus, et excipiet te et sanabit te. Exemplum autem illud quod inducitur de David, non facit ad propositum. Quia arma Saulis, sicut Glossa dicit, sunt legis sacramenta, tanquam onerantia, religio autem est suave iugum Christi, quia, ut Gregorius dicit, in IV Moral., quid grave mentis nostrae cervicibus imponit qui vitare omne desiderium quod perturbat praecipit, qui declinari laboriosa mundi huius itinera monet? Quod quidem suave iugum super se tollentibus refectionem divinae fruitionis repromittit, et sempiternam requiem animarum. Ad quam nos perducat ipse qui promisit, Iesus Christus, dominus noster, qui est super omnia Deus benedictus in saecula. Amen.

 

[46730] IIª-IIae, q. 189 a. 10 ad 3
3. La costruzione della torre sta a indicare la perfezione della vita cristiana. E la rinunzia ai propri beni è l'occorrente per tale costruzione. Ora, nessuno dubita né delibera per sapere se vuole l'occorrente, o se possa costruire la torre avendo l'occorrente. Ma è oggetto di deliberazione la disponibilità dei mezzi. Parimente non c'è da deliberare, se uno debba rinunziare a tutto ciò che possiede: o se così facendo possa raggiungere la perfezione. Ma resta solo da deliberare, se quanto uno fa sia un "rinunziare a quanto si possiede"; poiché senza la rinunzia, ossia senza l'occorrente, uno "non può", come dice il testo, "essere discepolo di Cristo", e cioè edificare la torre.
Ora, la paura di coloro che temono di non poter raggiungere la perfezione abbracciando la vita religiosa è irragionevole. Scrive in proposito S. Agostino: "Da quella parte ove tenevo volta la faccia, trepidante di fare il passo, mi si mostrava la casta dignità della continenza, improntata a serena e pudica allegrezza, che con oneste lusinghe m'invitava ad andare senza dubbiezze, stendendo, per accogliermi e stringermi al seno, le mani pie, colme di greggi di buoni esempi. Fanciulli e fanciulle, giovani molti e persone d'ogni età, vedove austere, vergini raggiunte dalla vecchiezza. E mi guardava con un sorriso ironico per farmi coraggio, come per dirmi: Tu non potrai fare quello che son capaci di fare questi e queste? Forse che questi e queste hanno in sé la capacità, e non nel Signore Dio loro? Perché questa tua alternativa di propositi e di esitazioni? Gettati nelle sue braccia. Non aver paura: egli non si ritirerà per farti cadere. Gettati senza esitare, ed egli ti accoglierà e ti guarirà".
Il confronto poi fatto con David non è a proposito. Perché le armi di Saul, a detta della Glossa sono "i sacramenti ingombranti dell'antica legge". Invece la vita religiosa è "il soave giogo di Cristo"; poiché, come scrive S. Gregorio, "Che cosa di grave impone sul nostro collo, colui che ci comanda di fuggire tutti i desideri che ci turbano, e ci esorta a fuggire le strade faticose del mondo".
E a coloro che prendono sopra di sé questo giogo soave egli promette il ristoro del godimento di Dio, e l'eterno riposo dell'anima. Al quale riposo ci conduca colui che ce l'ha promesso, Gesù Cristo nostro Signore, che è sopra tutte le cose Dio benedetto nei secoli. Amen.

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