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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO
XVI Aula del Sinodo Giovedì 27 maggio 2010 Venerati e cari Fratelli, nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità di Pentecoste, Gesù ci ha
promesso: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il
Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto
ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). Lo
Spirito Santo guida Corroborati dallo Spirito, in
continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, e in particolare
con gli orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete scelto di
assumere l’educazione quale tema portante per i prossimi dieci anni.
Tale orizzonte temporale è proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della
domanda educativa. E mi sembra necessario andare fino alle radici profonde di
questa emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa sfida. Io ne
vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste - mi sembra - in un
falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se
stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il
suo autosviluppo, ma non entrare in questo
sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se
stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione
sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre
l’“io” a se stesso. Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene
dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e “noi”
nel quale si apre l’“io” a se stesso. Quindi un primo punto mi sembra questo:
superare questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un “io” completo in
se stesso, mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo con il “tu” e
con il “noi”. L’altra radice dell’emergenza
educativa io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più
semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino
umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura, la seconda Quindi le difficoltà sono
grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti, ma, pur consapevoli
del peso di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla
rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci:
verremmo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a
pascere con amore il suo gregge. Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità
quella passione educativa, che è una passione dell’“io” per il “tu”, per il
“noi”, per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di
tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le
nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di
una memoria significativa che non è solo occasionale, ma
accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella
Rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che,
mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli
affetti e il giudizio. I giovani portano una sete
nel loro cuore, e questa sete è una domanda di significato e di rapporti umani
autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita. È
desiderio di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e
affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo
valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti,
ma raggiungibili. La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico
dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno. La trasmissione della
fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché
in Gesù Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il
Concilio Vaticano II, “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa
anch’egli più uomo” (Gaudium et spes,
41). L’incontro personale con Gesù è la chiave per intuire la rilevanza
di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità
fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a
costante conversione. Il compito educativo, che
avete assunto come prioritario, valorizza segni e tradizioni, di cui l’Italia
è così ricca. Necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il
suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, “fontana
del villaggio”, luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle
relazioni quotidiane. In ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità
della testimonianza, via privilegiata della missione ecclesiale.
L’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti, attraverso relazioni
di vicinanza, lealtà e fiducia. In un tempo nel quale la grande tradizione
del passato rischia di rimanere lettera morta, siamo chiamati ad affiancarci
a ciascuno con disponibilità sempre nuova, accompagnandolo nel cammino di
scoperta e assimilazione personale della verità. E facendo questo anche noi
possiamo riscoprire in modo nuovo le realtà fondamentali. La volontà di promuovere una
rinnovata stagione di evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la
comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi
membri. Questa umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il
servizio gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti.
L’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per
promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo
impegno evangelico e ministeriale. Nel contempo, ci aiuta anche a riconoscere
la testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del Curato d’Ars – si
spendono senza riserve per educare alla speranza, alla fede e alla carità. In
questa luce, ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in richiamo
a un “profondo bisogno di ri-imparare la penitenza,
di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche
la necessità della giustizia” (Benedetto XVI, Intervista ai giornalisti durante il volo verso il
Portogallo, 11 maggio 2010). Cari Fratelli, vi incoraggio
a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo. Lo Spirito
Santo vi aiuti a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad andare
loro incontro, vi porti a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di
comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione. Non si
tratta di adeguare il Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo quella
perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per
annunciare Anche in Italia la presente
stagione è marcata da un’incertezza sui valori, evidente nella fatica di
tanti adulti a tener fede agli impegni assunti: ciò
è indice di una crisi culturale e spirituale, altrettanto seria di quella
economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei sottolinearlo – pensare di
contrastare l’una, ignorando l’altra. Per questa ragione, mentre rinnovo
l’appello ai responsabili della cosa pubblica e agli imprenditori a fare
quanto è nelle loro possibilità per attutire gli effetti della crisi
occupazionale, esorto tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e
significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola educa e ritorna alle
vere fonti dei valori. Alla Chiesa, infatti, sta a cuore il bene comune, che
ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e
spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i
problemi e le sfide del Paese. Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel
vostro recente documento su Chiesa e Mezzogiorno, troverà ulteriore
approfondimento nella prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani,
prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del
laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per
l’Italia, perché “le esigenze della giustizia diventino comprensibili e
politicamente realizzabili” (Enc. Deus caritas est, 28). Il vostro
ministero, cari Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla cui
guida siete posti, sono la migliore assicurazione che Chiamato per grazia ad essere
Pastore della Chiesa universale e della splendida Città di Roma, porto
costantemente con me le vostre preoccupazioni e le vostre attese, che nei
giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della
Madonna di Fatima. A Lei va la nostra preghiera: “Vergine
Madre di Dio e nostra Madre carissima, la tua presenza faccia rifiorire il
deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità,
faccia tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza
del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù, riflesso nei nostri cuori,
per sempre uniti al tuo! Così sia!” (Fatima, 12 maggio 2010). Di cuore vi ringrazio e vi
benedico.
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